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Il remake del classicissimo di Hitchcock.

    Schizofrenia televisiva: non solo guardiamo ciò che non è buono (non ben fatto), ma lo vediamo meglio che al cinema (il montaggio per esempio), e addirittura preferiamo vedere un film fatto male piuttosto che uno ben fatto. O piuttosto: il concetto di “ben fatto” e “mal fatto” non sono rilevanti in TV. O il film ha una tale forza che si impone, o siamo nella relatività del mondo delle immagini, di un bagno di immaginario, dove tutto è interessante. Dipende dall’umore del momento. [Il film che ho visto ieri] è [del]l’archetipico regista che filma dal punto di vista di nessuno, da qui un’effettività astratta, così astratta che si riduce alla sceneggiatura insensata. Velocizza quando non ce n’è alcun motivo.

Questo è quanto scriveva Serge Daney nel 1993 e la recensione potrebbe finire qui (liberi di chiudere il browser, non ci offendiamo). Per il passaggio al grande pubblico e l’apprezzamento critico, oggi una tappa obbligata per un regista sembra il remake di un vecchio film (o la rilettura di un classico oppure quella di un cult consolidato). Pur sottolineando nelle interviste che il progetto-Rebecca nasce dalla sua passione per le opere di Daphne du Maurier e alzando le mani al pensiero di voler rifare un film che ha vinto anche degli Oscar, di fatto l’ultimo film Netflix di Ben Wheatley è la copia carbone di quello del 1940. Dal regista di film visionari ed ellittici come Kill List e I disertori ci aspettavamo quantomeno un ribaltamento di prospettiva: Guadagnino con Suspiria e tanti altri prima di lui, da Carpenter a McBride (che fece la scelta suicida per antonomasia rifacendo Fino all’ultimo respiro), hanno provato che il remake può utilizzare il testo di partenza come una semiosfera, per poi riscrivere da capo l’intreccio secondo una propria visione autoriale aggiornandolo in base ai tempi e alla cultura in cui girano il film. Rebecca azzera qualsiasi discorso teorico: ambientato nello stesso anno e con cambiamenti minimi, ci accorgiamo che è un film del 2020 solo per una ferita su una mano e perché Edythe vomita. Sorvolando sull’orrida fotografia da soap opera e sui droni su una Monte Carlo da spot turistico, la britishness di Wheatley emerge nell’uso in due punti di un brano dei sottovalutati Pentangle, ma c’entra come i cavoli a merenda perché il folk inevitabilmente cozza con l’immaginario lussuoso che il film ostenta. Non ultimo, volendo fare dei paragoni con l’originale, vi sono tutta una serie di scelte sbagliate che smorzano qualsiasi interesse: il piano-sequenza iniziale a Manderley qui è inframmezzato da fotogrammi che già mettono in scena tutto quanto ci verrà in seguito presentato, una prolessi che vorrebbe generare meraviglia ma è semplicemente una scelta stilistica ingiustificata. Rebecca di Hitchcock, come si sa, aveva il suo centro attorno a un vuoto, la figura di riferimento del titolo non ha immagine, ma è solo suggerita per instaurare un clima di oppressione nei confronti della spaesata Joan Fontaine. Qui, l’errore madornale è che Rebecca appare un paio di volte in una visione onirica, ne vediamo inutilmente anche il cadavere in orrida CGI. Diventa il simbolo di un film che vuole spiegare tutto ed è impossibilitato a parlare per allusione e sottrazione; prendiamo i viewers per stupidi e spieghiamogli anche il lesbismo di Mrs. Danvers, che non muore tra le fiamme, così si perdono altri preziosi simboli e sottintesi. E, non ultimo, sottolineamo l’happy ending con ambientazione esotica al Cairo, mentre la genialità dell’originale confinava tutto al fuori campo.

Verrebbe da dire che se Wheatley voleva davvero fare un remake tratto da un romanzo della Du Maurier, poteva benissimo scegliere La taverna della Giamaica: alzino la mano quanti hanno visto il film, e il plot ha comunque i suoi elementi di inquietudine. Invece Ben è un Autore, e quindi pur di tracciare una fallace linea autoriale all’insegna di personaggi inquieti e del lato oscuro della britishness, gira un film che fa acqua da tutte le parti (e anche la critica, tranne pochissime eccezioni, stronca). Perché anche se poi ipotizziamo che il film del 1940 non sia mai esistito, cosa probabile per molti utenti Netflix under-25 con una conoscenza quasi nulla del cinema del passato, Rebecca rimane un film anodino sostituibile con altri cento presenti sulle piattaforme on demand: Maxim (Armie Hammer) è poco presente per far sì che la storia d’amore sia davvero coinvolgente, Lily James sarà anche fotogenica ma non riesce a imprimere la giusta forza al suo personaggio, mentre l’ambientazione fuori dal Tempo e dalla Storia non riesce a creare ammirazione in quanto priva di un qualsiasi tocco personale. Tutto è veloce, usa-e-getta, come una puntata di una serie tv che, preoccupata di affastellare subplot per allungare l’arco narrativo, si concentra solo sulla scena madre e tira avanti a campi medi e attori che cambiano espressione a ogni controcampo.

Un altro passo verso l’azzeramento della distinzione tra Cinema e Televisione, come già aveva fatto intuire l’ultimo film Netflix del non-Autore Antonio Campos (Le strade del male) strutturato involontariamente come il riassunto di una serie TV, con personaggi che muoiono dopo 3 minuti, voce narrante onnipresente e ambienti da wilderness americana da supermercato dell’immaginario audiovisivo. Rebecca è cinema-fast food, ottimo per spostare l’attenzione da uno schermo all’altro. Abbiamo perso un altro autore. See ya, mate.

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Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.