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RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME

RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME

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Gioco di specchi di grande maturità stilistica.

Ritratto della giovane in fiamme tenta una costruzione in abisso: non è solo il titolo del film che stiamo guardando, ma anche il quadro al centro della narrazione che ha come soggetto il personaggio-vettore della vicenda narrata. Questo gioco di specchi autorizza a leggere i tre elementi che appunto si rispecchiano in un rapporto unidimensionale: difatti, rispetto ai film precedenti di Sciamma, questo lavoro mostra una sorprendente maturità stilistica, un po’ come quella della pittrice Marianne (la protagonista, Noémie Merlant) che dipinge sempre lo stesso quadro, ma nato da un’osservazione sempre diversa del soggetto (Héloïse, interpretata da Adèle Haenel). Tomboy e Diamante Nero lasciavano piuttosto in disparte le questioni relative alla forma e si distinguevano per il tocco dato alla materia narrata e per l’originalità sociologica con le quali venivano trattati temi relativi alla gender fluidity. Invece in Ritratto narrativamente tutto sembra covare una duplice lettura prendendosi i giusti tempi per far germogliare le premesse. Ogni cosa è appunto passibile di due interpretazioni: lo studio che Marianne fa del suo soggetto si allinea con lo sguardo dello spettatore e laddove i corpi nei film “in costume” sembrano sempre trattenuti dal guardaroba eccessivo, l’ansia di vedere troppo poco si scontra con la voglia di studiare i dettagli che la pittrice traduce in materia prima per rendere la sua opera piena di vitalità. Ciò che per Marianne è indagine, studio sul campo, per Héloïse è gioco di seduzione attraverso le passeggiate: con quest’ultima che mette in scena, mettendo alla prova colei dalla quale vuol farsi sedurre. Le corse improvvise verso il vuoto, le domande a proposito di nuotare in mare aperto che sottendono la promessa di denudarsi fino alle varie domande sull’amore che svelano come l’isolamento dal mondo esterno in cui Héloïse vive sia una condizione aristocratica di chiusura verso la vita. Ed è anche un dato profetico, l’amore come sentimento che sopravvive poi solo nel ricordo tramandato, come ci viene mostrato nella cornice narrativa.

La maturità di stile è evidente, e il modello di riferimento di Sciamma è sicuramente Lezioni di piano (l’ambientazione fuori dal tempo, la struttura narrativa) di cui evita certe leziosità e invece eredita il gusto per l’ellissi che sfronda il racconto e dà ritmo al flusso narrativo. Non tutto funziona a dovere, perché si ha sempre la sensazione che l’autrice a volte dica troppo e a volte troppo poco. Ci sono un finale che è vibrante attimo di cinema impuro (piano-sequenza che si sostanzia in carrello per poi fissarsi su un primo piano di profilo con il consono Vivaldi in sottofondo), così come l’inquietante entrata in scena di Héloïse: sono i momenti in cui Sciamma si trattiene dalla tentazione di spiegare tutto e questo giova alla fruzione spettatoriale; in un film interamente basato su una sola immagine, quella del dipinto, quando la regista calca la mano, ad esempio, su tutte le questioni legate al mestruo delle protagoniste, stupisce più per la novità che per la necessità narrativa. La dualità viene fuori anche a metà film, quando dall’implicita seduzione si passa alla passione vera e propria: le allusioni sessuali tramite i primi piani ascellari segnalano un trattamento femminile inedito e salutare, ma dispiace che Sciamma non abbia il coraggio di un melodramma che porterebbe con sé l’assunzione di troppe responsabilità, optando per la medietà piuttosto che per la disperazione di un film come Le due inglesi, come un amore così irregolare (non solo per il gender, ma anche per il periodo storico) avrebbe potuto permettere.

Rimanendo sui referenti cinematografici, i discorsi su arte e mito non sono purtroppo degni di La Bella Scontrosa o di De Oliveira (rispetto alla densità dei suoi copioni, il mito di Euridice qui tirato in ballo è poca cosa). Eppure vi sono momenti in cui si pensa al gusto primitivo e naif delle ultime opere del maestro portoghese. Mi riferisco alla chiacchierata immagine di Héloïse-fantasma che compare di notte a Marianne: sprezzo del ridicolo, prevalenza delle ragioni dell’arte sulla forma, un momento di sano anti-cinema rispetto al formalismo di cui si fa forte tutto il film. Ci preme evidenziare i difetti (per quanto soggettivi) di un film altrove forse lievemente sopravvalutato: ma è tuttavia da sottolineare che speriamo la regista proseguirà su quest’interessante strada, perché la sincerità di alcune immagini e il crescendo di questo amore fanno sì che il film eviti le trappole del midcult. Di questi tempi, non è poco.

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.