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ROCKY III

ROCKY III

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Il terzo capitolo della saga del pugile di Philadelphia.

Considerato di solito l’anello più debole della serie insieme al successivo Rocky IV, il terzo capitolo della saga sul pugile proletario di Philadelphia ha invece più di qualche motivo di interesse per rivederlo.

Leggendo i primi due Rocky come una sorta di endiadi sotto il profilo narrativo e sportivo (il rivale per il titolo è sempre Apollo Creed e la trama va a parare infine sui match contro di lui), Rocky III è da vedere invece come il racconto di una piccola epopea personale di caduta e di rinascita, con un taglio tipicamente americano, ma con un’irrequietudine sotterranea che dimostra quanto Stallone non fosse così irreparabilmente tronfio e allineato in quegli anni, come invece si è spesso creduto.

Prendiamo l’inizio, che già dice molto. Rocky è ormai il campione indiscusso e, all’interno di una logica anche questa  tutta statunitense (che ritornerà nel quarto capitolo, quando l’incontro tra Drago e Balboa, a Mosca, non sarà valido per il titolo a seguito di una decisione delle federazioni americane), si batte contro sfidanti alla sua corona che si rivelano più sparring partner che avversari credibili. Il culmine di questo percorso è la ridicola esibizione con Thunderlips (il campionissimo del wrestling Hulk Hogan, Labbra Tonanti nell’adattamento italiano): il mondo dello sport-spettacolo americano viene qui dipinto in modo semplice ma efficace, come un carnevale risibile e pagliaccesco, sulla scorta di altri film degli stessi anni. Il fatto che Rocky accetti in seguito la richiesta di Apollo di indossare i calzoncini a stelle e strisce non va quindi certo letto in ottica nazionalista, piuttosto come la precisa consapevolezza di essere parte di un sistema che tutto tiene in sé, contraddizioni comprese. Apollo è infatti una figura di padre ideale che, una volta battuto, diviene alleato del più giovane avversario, accudendolo come un figlio e trasmettendogli gli identici valori, non a caso diventando il suo trainer.

La crescita di Rocky avviene come sempre nel dolore e nella delusione. La sconfitta con l’odioso Clubber Lang (un Mr. T capace di suscitare antipatia immediata) è a breve seguita dalla morte del vecchio manager Mickey e dalla scoperta che i precedenti incontri erano stati allestiti contro pugili di scarso valore per permettergli di brillare, dando in pasto alle folle avide di leggende a buon mercato uno spettacolo appropriato invece che una competizione reale. Rocky si deve allora destreggiare tra il senso di inadeguatezza e il desiderio di ritornare a galla, seguendo una strada che ripropone l’eterno dilemma del self made man, che ha sempre una possibilità di riscatto, purché creda in se stesso e agisca di conseguenza. Ancora la critica al sistema e l’adesione allo stesso insomma, con una semplicità (ma anche una chiarezza) che ad uno sguardo retrospettivo suona più sincera che ingenua (o becera, per i molti detrattori).

Dove il film fallisce non è dunque nella descrizione del percorso di presa di coscienza e rigenerazione di Rocky, perfettamente riassunto nell’accorato dialogo sulla spiaggia tra lui e Adrian – il vero match per il titolo – quanto semmai nel tentativo di tratteggiare Clubber Lang come una spaventosa “bestia umana”, uno spauracchio vivente (la cosa riuscirà un po’ meglio con l’Ivan Drago del film successivo). Niente a che vedere con il George Foreman dei primi anni Settanta, che ne è il modello palese. Né Lang risulta del resto credibile come contraltare di Rocky nelle vesti di underdog che ottiene finalmente il giusto premio per tutti i suoi sforzi, dato che la sceneggiatura non trova il tempo per raccontarci niente di lui, del suo passato e delle sue difficoltà.

Punteggiato anche da espliciti omaggi al videoclip e trascinato dalla celeberrima Eye of the Tiger dei Survivor, Rocky III svolge egregiamente la sua funzione, essere un sequel pienamente in linea con gli anni in cui fu prodotto, e costituisce un ottimo trait d’union per i successivi episodi della serie.

voto_3

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.