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La partita del potere.

Nel gioco degli scacchi, il bianco è per regolamento sempre una mossa avanti al nero (il cosiddetto vantaggio del tratto), il quale deve di conseguenza giocare spesso di rimessa. Nelle arti marziali bisogna cercare di prevedere le mosse dell’avversario in anticipo. Giocare al bingo per decidere chi ha il diritto di disporre di una preda ignara è la forma socialmente accettabile di una divisione del terreno di caccia (e del bottino) dai connotati tribali. Non casualmente, poi, numerosi sono i riferimenti ai giochi di società disseminati in Get Out.

Jordan Peele, attore nero del duo Key & Peele (1) passato alla regia, sembra aver preso spunto dal classico della psicologia Games People Play (2) di Eric Berne per strutturare il suo horror “socio-ideologico” come una partita la cui posta è non tanto la supremazia della razza quanto una rassicurazione identitaria dall’accezione problematica e, in ultima istanza, aggressiva. Ossia, in altri termini: bianchi e neri giocano un complesso risiko fitto di implicazioni morbose da evitare, che per i bianchi sono costituite soprattutto dalla riprova sociale del razzismo (di qui la rispettabilità di chi, bianco, dichiara che avrebbe votato il primo presidente nero di sempre per un terzo mandato) e per i neri dall’accettazione larvata di un segregazionismo sottaciuto ma di fatto, che del resto è ancora presente giuridicamente in varie forme nella società americana (3). Roba da fare invidia persino a Spike Lee – che comunque con il suo recente Da Sweet Blood of Jesus (2014, inedito in Italia) ha centrato ancora una volta il bersaglio – se un horror con insistiti tratti ludici riesce a spiattellare con tanta potenza il conflitto razziale alla base di molti comportamenti e convincimenti dell’americano (non solo) bianco di oggi. Facile pensare a Society di Yuzna sul versante orrorifico o a Indovina chi viene a cena? per il cinema liberal più all’acqua di rose (ma nel film di Peele è più che altro uno spunto narrativo), eppure dietro il paravento di genere i primi a saltare per aria sono proprio i fautori di quel liberalismo identitario sul sostegno del quale nei recenti tempi obamiani si è cercato di stemperare la tensione tra le tante anime di un’America entrata nel XXI secolo conservando molte disuguaglianze del precedente.

Ma c’è anche un altro profilo sotto il quale Get Out appare prezioso e illuminante, ed è nella capacità di scandagliare la patologia di un funzionalismo familistico che si rivela alla resa dei conti ancora fiorente in tutto il suo sinistro radicamento. La famiglia Armitage è la traduzione di un’ideologia che rimane patriarcale ed è posta a fondamento della nazione americana, malgrado o forse proprio sulla base di una coagula diretta dal white power; le idee e ancor di più i comportamenti passano di generazione in generazione senza sostanziali alterazioni, mentre il tronco dell’oppressione sociale e razziale non viene certo messo in pericolo dai ramoscelli della correttezza politica a cui i neri fanno buon viso, in qualche modo lasciandosene trasportare (dietro le battute compiacenti e frivole della Grande Rimpatriata, ad ogni momento si sente il dissonante di un’impostazione classista). Come dire che se Wim Wenders faceva affermare a un personaggio di Nel Corso del Tempo (1976) che “gli americani ci hanno colonizzato il cervello”, qualcosa di simile potrebbero asserire i neri americani a proposito dei bianchi connazionali. Sul piano prettamente cinematografico, poi, è veramente notevole come Peele riesca a raggiungere lo scopo con l’uso di pochi elementi realmente orrorifici (le apparizioni fantasmatiche dei domestici, il regolamento di conti degli ultimi venti minuti), ma sappia creare un’atmosfera inquietante con anticipazioni a volte quasi subliminali (il cucchiaino nel bicchiere di té durante la prima chiacchierata in giardino, la porta dello sgabuzzino rimasta aperta notata da Chris già la prima notte, il commento musicale tra l’ironia di Run, Rabbit, Run e l’evocatività di Sikiliza Kwa Wahenga).

(1) Noti tra l’altro per la loro presenza nella prima stagione della serie Fargo.
(2) A che gioco giochiamo?, ed. Bompiani, 1967.
(3) Il film è girato in Alabama, dove leggi di ispirazione segregazionista sono tuttora vigenti.

voto_4

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.