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Silence foto1

Il martirio e il compromesso.

Il cinema di Martin Scorsese è sempre stato intriso di simboli cattolici, fin dal suo esordio Who’s Knocking at My Door? (1967) nel quale il labbro di Harvey Keitel rimaneva scheggiato dopo che questi aveva baciato la croce di Cristo. Abbastanza comprensibile, allora, che il regista italo-americano abbia sempre covato in sé il desiderio di adattare il romanzo di Shusako Endo che racconta le vicissitudini di tre padri gesuiti in Giappone (tralasciamo di soffermarci sui dati paratestuali, come la lunga gestazione del progetto, di cui tutti sanno). Silence non rappresenterebbe quindi solo il terzo tassello di una trilogia religiosa che comprende lo schraderiano L’ultima tentazione di Cristo (1989) e Kundun (1997), ma il film che va a coronare un discorso che da sempre tiene insieme l’opera di un autore per cui l’anima certo esiste, ma che non si è mai astenuto dal descrivere le lacerazioni che provoca sul corpo e sugli istinti degli esseri umani.

Il primo dato che colpisce in un film come Silence è sicuramente l’assenza di musiche che, analogamente alle voice over in Casinò, è una “scelta inusitata e radicale, ostile per natura all’emotività” (1) alienandosi con ciò qualsiasi speranza di poter parlare alle masse. A chi è abituato a identificare Scorsese come il regista di Shutter Island e The Wolf of Wall Street, cosa potrebbe importare in fondo di un film sulla fede? Scorsese sa di parlare a pochi e, come mai era accaduto negli ultimi 15 anni, sembra regalarci con Silence un’opera estremamente personale, un film radicale, forse persino una perversione cinefila, adoperando anche metodi di rappresentazione tipicamente giapponesi (come la macchina ad altezza cane, verso la fine, resa celebre da Yasujiro Ozu). Tutto questo per narrare non la solita parabola che segue uno schema di ascesa e caduta e nemmeno un film “strettamente” sulla fede: bensì un’opera sui compromessi accettati nel silenzio e nella rabbia. Compromessi che vengono resi drammaticamente anche attraverso una simbologia (lo sbarco, l’ostilità in terra straniera, le torture ai prigionieri) che rimanda addirittura al genere bellico, dati anche i notevoli e gravi conflitti e difficoltà che i nostri gesuiti devono affrontare sul suolo giapponese.

Si diceva di Yasujiro Ozu, ma molti sono in ogni caso i rimandi alla cinematografia nipponica: partendo da Andrew Garfield e Adam Driver che vengono guidati sull’isola da un kurosawiano angelo ubriaco, per non dire del precedente Silence, girato da Masahiro Shinoda nel 1971. Eppure Scorsese, che da The Aviator in poi sembra essere passato dall’essere il Sam Fuller della Nuova Hollywood a un King Vidor cosmopolita (2), ha sempre più la tendenza a portare sul grande schermo l’infilmabile. Si pensi agli scenari enormi ricostruiti in CGI sia in Hugo Cabret che in Shutter Island: mentre in questo caso Scorsese scende ancora di più al cuore delle cose (come si fa a filmare la fede che anima gli uomini?), seppur limitato da un budget più esiguo rispetto alle prove precedenti (malgrado il film sia ambientato in Giappone, gli esterni di Silence sono stati girati a Taiwan).

In definitiva se è vero che il regista “è sempre stato un documentarista del male di vivere” (3), mai come in questo film egli parla di uomini tormentati, che non sanno se essere martiri o se scendere a compromessi; se vivere nel mondo materiale o avvicinarsi, attraverso il dolore, a Cristo; se e in che modo Dio avrà misericordia degli esseri umani una volta che si sarà finto di rifiutarlo. Scorsese porta avanti un discorso personale in cui non è necessario chiudere il ragionamento (rendere la parabola chiara a tutti), e d’altronde nemmeno lui scende a compromessi (usa appunto codici di rappresentazione alieni al grande pubblico). Una terza fase all’interno della sua filmografia o un episodio isolato?

(1) P. Cherchi Usai, Casinò, Segnocinema n. 78, pag. 36
(2) Le analogie col cinema di King Vidor sono state evidenziate anche da
R. Manassero, “La fine della Storia”, http://www.cineforum.it/recensione/La_fine_della_Storia
(3) P. Cherchi Usai, ivi

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.