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SPECIALE: CLINT EASTWOOD HA 90 ANNI

SPECIALE: CLINT EASTWOOD HA 90 ANNI

Dalla redazione del sito, uno speciale a più firme per il compleanno di un grandissimo del cinema contemporaneo. 4 film della sua straordinaria carriera registica nel ricordo dei redattori e un breve saggio conclusivo sull’Autore. Auguri Clint, 1000 di questi giorni, e ancora tanti film!!

madis

 

POTERE ASSOLUTO

Ci sono due sequenze che rimangono indelebili in Potere assoluto, anche solo perché visione dopo visione sembrano sempre così lineari e inevitabili. Nella prima, da molti avvicinata a quella celeberrima di Velluto Blu, il ladro gentiluomo interpretato da Eastwood si nasconde nell’ombra e al riparo dietro un finto specchio osserva sbalordito una scena di sesso e omicidio che, se si fosse trattato di De Palma, avrebbe fatto scorrere fiumi di parole per applaudire il maestro delle riletture hitchcockiane attraverso la psicanalisi e il tratto dominante del voyeurismo. Ma Eastwood, da par suo, se ne infischia: lui può essere più moderno dei moderni anche solo con la profondità di campo, la sicura selezione di quanto mostrare o meno, l’alternanza dei campi e dei controcampi. La riprova di questo è che non ha il benché minimo bisogno di ostentare e citare qualcuno nemmeno nell’altra scena madre, che sembra una scheggia di cinema anni 70 piombata a tradimento nel bel mezzo della fine del secolo; tra memorie secondarie dell’omicidio Kennedy e paranoia movie, con il protagonista che può fuggire e sparire travestendosi indifferentemente da poliziotto, autista o infermiere per scivolare tra i gangli purulenti di tutta l’ipocrisia e la corruzione d’America, con l’establishment in testa. Così è il cinema di Eastwood: lo si può analizzare da più punti di osservazione e resta sempre un po’ imprendibile, non ha bisogno di nessuna fanfara revisionista, eppure i nuclei tematici rivelano la sua varietà e irriducibilità alle formule trite dei generi e dei filoni in cui si inserisce o che attraversa. Potere assoluto in particolare è la mutazione benigna del cinema eastwoodiano a seguito della consacrazione sia critica che di pubblico: arriva dopo tre film che ne hanno definitivamente sancito la statura di ultimo classico (Gli spietati, Un mondo perfetto, I ponti di Madison County), spariglia i giochi, sintetizza e divide allo stesso grado ma, trattato con quel particolare appretto che è il rigore di chi alla fine deve stringere i nodi al pettine, non suona – come quasi tutto il cinema dell’autore – mai compiaciuto, garbato o esorbitante. Anche a costo, alla fine, di non punire chi uccide (capiterà anche, ma molto più dolorosamente, in Million Dollar Baby) o farsi ancora, come ai tempi delle polemiche su Callahan, etichettare da qualcuno come stolido reazionario. (Denis Zordan)

potere assoluto

 

HEREAFTER

Perché ricordare proprio Hereafter tra i quasi quaranta lungometraggi diretti in cinquant’anni di onorevole carriera da Clint Eastwood? Intanto perché come accaduto a quasi tutta la sua produzione recente è uno dei suoi titoli più incompresi, ma anche più difficili da incasellare all’interno di un genere specifico. Ma soprattutto perché Hereafter è il film (insieme a un altro grande “snobbato”, Jersey Boys) che sintetizza con maggior romanticismo (oh, tutti quei riferimenti a Dickens!) e senza paura di sentimentalismi o lacrime, il tema della morte e del crepuscolarismo insito in tutto il suo cinema. La morte, che qui assume connotazioni universali, e non più solo individuali (come pareva suggerire un’opera-epitaffio come Gran Torino), è una forza oscura che accomuna tutti, e che unisce i tre protagonisti di Hereafter, provenienti da diverse regioni della Terra, ma legati da un lutto (la morte del fratello), da un’esperienza tragica (essere sopravvissuti a un devastante tsunami), da un fardello (il potere-maledizione di comunicare con l’aldilà) che in maniera inspiegabile sembra riconducibile a un universo a noi ignoto. E che per contrappasso sembra ridare valore alla vita. Un Eastwood così nudo e privo di certezze, ma al contempo pronto ad aprirsi verso orizzonti agnostici e spirituali, s’è visto di rado. Ed è un Eastwood che varrebbe la pena rivedere e ripensare. (Alex Poltronieri)

Hereafter 

AMERICAN SNIPER

Un’operazione che potrebbe risultare ambigua visto il tema trattato e il modo che utilizza per approcciarsi all’autobiografia di Chris Kyle, cecchino americano letale e infallibile che durante le sue missioni in Iraq ha spezzato più di 160 vite (ma le fonti ufficiose gliene attribuiscono 250). In realtà il punto di vista di Eastwood è abbastanza cristallino nell’aderire senza riserve alla causa di Kyle, un vero patriota statunitense arruolatosi nei Navy SEAL per difendere il suo paese dalla minaccia terroristica di matrice islamica. L’Iraq è come il vecchio West, gli americani sono i buoni e gli iracheni i cattivi, punto. In realtà dietro questa facile e immediata dicotomia si nasconde ciò che più interessa al cineasta statunitense, ovvero l’impossibilità di far ritorno a casa, di abituarsi nuovamente alla vita di tutti i giorni, alla normalità, alla routine quotidiana. Il corpo è qui ma la testa è altrove, ancora al fronte, persa dietro ai ricordi del campo di battaglia. La famiglia non è più rappresentata da moglie e figli ma dai commilitoni, gli unici che ti possono capire perché hanno vissuto e condiviso gli stessi pericoli, gli stessi orrori. Una volta partiti indietro non si torna, non ci sarà più la vita di prima ma solo quella post bellum. L’aspetto più interessante di American Sniper è proprio questo, Chris Kyle non riesce a far a meno di tornare più volte in missione in Iraq perché, dietro il facile e banale senso del dovere e l’innato patriottismo che lo spingono a rischiare la vita, in realtà è mosso dall’abitudine e dall’assuefazione alla guerra, divenuta l’unica realtà possibile e immaginabile, l’unico luogo non-luogo dove sentirsi – paradossalmente – a proprio agio. In American Sniper prevale spesso una certa retorica militare e in fondo non poteva essere altrimenti dal momento che il film è basato sull’autobiografia di un soldato scelto che in Iraq venne soprannominato “la leggenda” dai suoi stessi compagni d’armi mentre il nemico – che lo ribattezzò Al-Shaiṭān (il diavolo) – mise una taglia di 180.000 dollari sulla sua testa. Il tipico e classico eroe di un’America che ha ancora un disperato bisogno d’eroi senza macchia e senza paura pronti a sacrificare le loro vite per proteggere e difendere la patria dalle minacce esterne (anche se il tragico finale fuori campo affidato ad una scarna ed essenziale didascalia direbbe proprio il contrario, ricordandoci ancora una volta delle tante – troppe – contraddizioni di un paese che sembra destinato a non conoscere pace). (Boris Schumacher)

As foto

 

MILLION DOLLAR BABY

Dopo il primo grande successo in termini di premi arrivato nel 1993, quando Gli Spietati vinse 4 statuette in quell’annata dei Premi Oscar e Clint si portò a casa Miglior Film e Miglior Regia, passano 10 anni  prima che Eastwood ritorni nelle grazie dell’Academy. Non che il lasso di tempo tra il 1993 e il 2003 sia privo di picchi (Un Mondo Perfetto e I Ponti di Madison County per citarne due) e di altri film considerati da molti minori, ma ricchi comunque d’interesse. Nel 2004 con Mystic River il regista americano ritorna a sbancare i premi più importanti dell’industria americana. Non fa bottino pieno, ma permette a due dei suoi tre straordinari interpreti di aggiudicarsi – per un altrettanto straordinario film – gli Oscar come miglior attori: come attore protagonista a Sean Penn e non protagonista a Tim Robbins. Ma è l’anno dopo, nel 2005, che Eastwood si riprende gli allori. È l’anno di Million Dollar Baby, che vince 4 Oscar: Miglior Film, Miglior Regista e miglior coppia d’attori Hilary Swank e Morgan Freeman (non protagonista). Che dire di Million Dollar Baby? Intanto che assieme a Mystic River segna l’inizio del periodo più narrativamente classico possibile, un momento d’oro che arriva almeno fino al 2009 con Invictus – L’invincibile. Million Dollar Baby non me ne vogliano i “supercinefili” teorici, si può catalogare come film perfetto? Probabilmente sì, perché ha una storia archetipica, semplice e commovente. Un puro film americano che sublima il genere sportivo e il dramma in unico flusso. Lo si deve a una regia invisibile per quanto è riuscita (cosa che poi torna con tutti gli ultimi film di Clint e con altri autori americani vecchia scuola) e ad un trio d’attori che non sbaglia niente. Ve lo ricordate Morgan Freeman? E quella sequenza dove difende il giovane Jay Baruchel? Se devo pensare a un film da consigliare sempre, che racconta la boxe come metafora di vita e alla fine è tutto costruito sul commovente rapporto tra un padre e una figlia ed è tutto umanità e sguardi (specie quelli di Clint e delle sue apparizioni nell’ombra, in disparte, nell’angolo) penso sempre a Million Dollar Baby. (Riccardo Tanco)

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Clint Eastwood come “autore”

  1. Con quasi 40 film da regista, Clint Eastwood è sempre stato un autore difficilmente incasellabile nel cinema americano. Troppo moderno nell’approccio alle sue tematiche per essere un classico, troppo classico e dalla regia troppo invisibile per essere associato ai registi della Nuova Hollywood o, peggio, ai post-moderni. Se si scorrono i suoi primi titoli, si ha l’impressione di trovarsi davanti a un esecutore senza un’identità riconoscibile (cosa potrebbe legare Lo straniero senza nome a Breezy?), e non è mancato qualcuno che ha rinfacciato a Eastwood, dopo l’Oscar con Gli Spietati, la presenza di una consapevolezza programmatica, una progettualità autoriale che si manifesterebbe sia mediante l’innalzamento del tono all’interno della messa in scena (la sequenza iniziale di Un mondo perfetto è esplicativa) sia nella scelta dei soggetti. Eppure chi prima dell’Oscar lo seguiva come Autore rappresenta l’eccezione e non la regola. Negli USA i primi furono (seppur con molta ritrosia) quelli di Film Comment nel lontano 1978: allora la critica era dominata da quella Pauline Kael che stroncava a prescindere qualsiasi film con la presenza di Eastwood, con accuse (più che argomentazioni) abbastanza fallaci (fascista, maschilista, ecc). In Francia cominciarono a non reputarlo solo un attore e a dedicargli retrospettive soprattutto dopo l’uscita di uno dei suoi capolavori, Bird (1988). In Italia la situazione è più o meno quella d’Oltralpe ma, data la regola dell’eccezione, preme citare il profetico Giuseppe Turroni, che già recensendo Bronco Billy (1981) sulle pagine di Filmcritica trattava Eastwood come un autore da seguire; mentre dovremo aspettare il 1986 per la prima monografia a più voci (nella rivista Sequenze).
  2. Con quasi 40 film da regista, il cinefilo che vuole approcciarsi alla sua filmografia rimane spaesato: difficilmente passano alla storia del cinema quei registi che non hanno mai girato un’opera magna che riassume tutto il loro pensiero. Eppure dovrebbe far gola a chi ama il cinema scoprire quante perle si nascondono negli anni ’80 (per chi scrive, da Honkytonk Man a Mezzanotte nel giardino… Eastwood non ha mai sbagliato un film) perché al film rischioso e personale (poniamo, un Cacciatore Bianco, Cuore Nero) nonché probabile flop, seguiva il film “dovuto” per contratto (in quel caso il buddy movie La recluta) e che tutti si aspettavano da lui, con una tipica logica coppoliana.
  3. Classico sì, ma anticipatore di mode consolidatesi solo anni dopo: L’uomo nel mirino (1977) anticipa gli inseguimenti e l’ironia fracassona di certi Landis e anche recentemente American Sniper chiude il discorso con riprese dal vero allo stesso modo di BlacKKKlansman (2018). Moderno anche nel non ripetersi: se da repubblicano ha la capacità di far capire agli americani il punto di vista dei loro nemici in Lettere da Iwo Jima (2006), è in grado anche di aggiornare il suo campionario di ritratti con l’omosessuale represso di J Edgar (2011). Le sterili critiche di maschilismo verso il personaggio della giornalista in Richard Jewell (2019) segnalano una critica talora ferma ai tempi di Pauline Kael, che dimentica i sofferti ritratti femminili che il regista ci ha offerto con I Ponti di Madison County, Million Dollar Baby e Changeling. A dimostrazione che, dopo quasi 40 film, autori così indipendenti e capaci di far discutere, non ne escono più. (Davide Vincenti)

 

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