Sign In

Lost Password

Sign In

SULLY

SULLY

Sully foto2

Il fattore umano.

La storia è vera e la conosciamo tutti bene poiché appartiene alla memoria recente. Il 15 gennaio 2009 il volo US Airways 1549, partito dall’aeroporto La Guardia di New York e diretto a Charlotte in Carolina, in seguito alla collisione con uno stormo di uccelli che ne danneggiò entrambi i motori, fu costretto ad un ammaraggio di emergenza direttamente sul fiume Hudson. Tutti i 150 passeggeri, così come l’equipaggio, miracolosamente illesi. Il pilota: Chesley Sullenberger, chiamato amichevolmente “Sully” (a cui presta il volto uno straordinario e camaleontico Tom Hanks). Quante volte l’America ha riflettuto sui propri “eroi” raccontandoli sul grande schermo? L’86enne Eastwood tuttavia non è interessato minimamente all’agiografia e realizza un’indagine dai toni malinconici (sottolineati anche dalla scelte cromatiche del direttore della fotografia Tom Stern), talvolta crepuscolari, sul rapporto tra l’uomo e il concetto di eroismo, sul valore dell’intelligenza e dell’onore dell’individuo contrapposto al freddo e calcolatore sistema dei burocrati americani. Sia inteso: Eastwood è un personaggio dalle idee ben precise, per cui Sully, così come il suo co-pilota Jeff Skiles (interpretato nel film da Aaron Eckhart), rappresentano una sorta di ideale super-omistico da cui trarre esempio. Il regista non si ferma a raccontare la spettacolare impresa dell’ammaraggio sul ghiacciato fiume Hudson, ripercorsa però in svariati flashback e continuamente ripresa da diverse prospettive nel corso della pellicola, ma va oltre, guarda agli eventi immediatamente successivi in cui l’operato del comandante Sullenberger venne indagato e discusso dal National Transportation Safety Board, sostenendo che il capitano aveva la possibilità di tornare in sicurezza all’aeroporto La Guardia nonostante gli ingenti danni ai motori. Sta proprio in questo confronto il cuore del film di Eastwood, in questa battaglia tra un reticente e timido “eroe” del popolo, pronto a rimettere in gioco la propria vita e la propria storia personale (i brevi ma significativi passaggi sul suo passato come aviatore), e un sistema spersonalizzante che ignora, o rifiuta di considerare, “il fattore umano” indispensabile alla riuscita dell’impresa compiuta da Sully. E difatti, il film si conclude con una lunga sequenza quasi da legal thriller, con il protagonista e il suo vice sul banco dei testimoni, messi di fronte ad una simulazione computerizzata che ripercorre la procedura compiuta dai piloti in quella incredibile giornata. Per Eastwood la questione è questa, lo è sempre stata: l’onore, la professionalità, l’intelletto come valori in via d’estinzione, da proteggere e sostenere. Il fattore umano, più che il pomposo eroismo di facciata promulgato dai media, è quello che per Eastwood contraddistingue personaggi come Sully, semplici nella loro straordinarietà, impeccabili nel loro mestiere nonostante problematiche personali ed economiche (i rapidi accenni alla cattiva situazione finanziaria della famiglia Sullenberger, argomento affrontato anche da Michael Moore nel suo Capitalism: A Love Story). Eastwood riesce a dire tutto questo, facendolo con la sintesi e la schiettezza che appartiene solo ai più grandi, in un film che (94 minuti totali, titoli di coda compresi) è anche un saggio di essenzialità cinematografica. Nessuna ridondanza, nessun minuto di troppo, nulla di urlato, nulla che non sia indispensabile alla narrazione. Un’opera che scorre con la stessa tensione e velocità dei 208 secondi che il capitano Sullenberger ha avuto a disposizione per decidere qual era la scelta più giusta per permettere ai suoi passeggeri di atterrare sani e salvi. Un monumento alla magia del Cinema: e il fatto che arrivi da un autore al tramonto dell’esistenza (che più volte è incappato in qualche passo falso, si veda l’ambiguo American Sniper), ma ancora pronto a ridiscutere il proprio ruolo all’interno del sistema e dell’industria hollywoodiana, dovrebbe far riflettere.
Ottimo, e inaspettato, successo di pubblico in patria.

voto_5

Alex Poltronieri
Nasce a Ferrara, vive a Ferrara (e molto probabilmente morirà a Ferrara). Si laurea al Dams di Bologna in "Storia e critica del cinema" nel 2011. Folgorato in giovane età da decine di orripilanti film horror, inizia poi ad appassionarsi anche al cinema "serio", ritenendosi oggi un buon conoscitore del cinema americano classico e moderno. Tra i suoi miti, in ordine sparso: Sydney Pollack, John Cassavetes, François Truffaut, Clint Eastwood, Michael Mann, Fritz Lang, Sam Raimi, Peter Bogdanovich, Billy Wilder, Akira Kurosawa, Dino Risi, Howard Hawks e tanti altri. Oltre a “Il Bel Cinema” collabora con la webzine "Ondacinema" e con le riviste "Cin&media" e "Orfeo Magazine". Nel 2009 si classifica terzo al concorso "Alberto Farassino - Scrivere di cinema".