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TERMINATOR GENISYS

TERMINATOR GENISYS

terminator genisys

Un reboot che gioca al ribasso.

L’ispirazione biblica della saga di Terminator, evidente ma sempre sottaciuta, viene infine alla luce nella maniera più disarmante fin dal titolo di questo reboot. Che avrebbe l’ambizione ulteriore di riorganizzare il mondo narrativo creato da James Cameron e Gale Ann Hurd a partire dal 1984, ma frana a causa dell’incapacità di trovare un nucleo davvero forte, e finisce quindi per rivelare, accanto ai limiti oggettivi del casting (imbarazzanti Emilia Clarke e Jai Courtney), l’implausibilità degli sviluppi di tutto il film. Ma procediamo con ordine.

Se un Leitmotiv robusto e convincente si poteva rintracciare nei due capitoli cameroniani, non era certo quello della minaccia di un olocausto nucleare abbracciato in forma abbastanza ingenua e letterale dai successivi film. Piuttosto, si trattava della percezione acuta di un passaggio di civiltà che, a una società industriale già in fase di senescenza (non può in alcun modo essere un caso che i film del 1984 e del 1991 si concludano all’interno di stabilimenti altamente meccanizzati e dalle architetture tanto lugubri quanto seducenti), opponeva un’epoca – imminente – in cui le macchine avrebbero sostituito gli uomini in tutto e per tutto, significativamente riproducendone il maggior terrore, l’annientamento, con le funeste conseguenze del caso. L’iconicità di Schwarzenegger, ideale Übermensch al limite dell’indecidibilità tra uomo e macchina, aveva poi fatto perfettamente il gioco della poetica del futuro autore di Avatar.
Sulla carta, spostare il peso dell’antagonista sulla figura meno prevedibile (ossia lo stesso John Connor) deve essere sembrata un’idea assai suggestiva agli sceneggiatori, Laeta Kalogridis e Patrick Lussier: andando a sconvolgere il familismo un po’ melenso dei precedenti lavori, Terminator Genisys avrebbe potuto contare sul valore aggiunto della lotta tra genitori in fieri e figlio, degenerato da leader e salvatore dell’umanità a nemico esiziale. I minuti che trascorrono tra l’incontro di John con Sarah e Kyle nel 2017 e la scoperta della vera identità del primo, sono infatti i più stranianti e promettenti del film, ed è davvero riprovevole che la trovata sia stata gettata alle ortiche nel volgere di poche scene: considerando oltretutto che Jason Clarke riesce, sia pure per poco, a donare al personaggio il giusto tratto di ambiguità con il suo viso tra l’angelico e l’infernale.

All’altro tema potenzialmente portante di Terminator Genisys lo script crede poi così poco da perderlo per strada senza nemmeno svilupparlo oltre lo stadio primitivo. Il programma Genisys, vera e propria testa di ponte per Skynet essendo il vettore per connetterlo in ogni parte del mondo, è solo un fragile grimaldello narrativo, la cui utilità è da ultimo esclusivamente quella di dare al film il motivo di configurarsi come una corsa contro il tempo, per distruggere la letale app e impedirne la diffusione virale. Con tanti saluti a una qualsiasi riflessione critica sull’ossessione contemporanea per la connettività: ma probabilmente le idee degli autori in materia erano incerte, e forse avrebbero solo intricato ancora di più l’ordito di un film già di suo appesantito dai molti paradossi temporali. La famiglia messa in discussione dal figlio plagiato da Skynet si ricostituisce nel segno della “balia”, il vecchio cyborg che combatte a forza di ironia, ma non può scacciare la sgradevole sensazione di rivivere un inseguimento ormai ovvio e anacronistico (e in questo viene da rimpiangere Terminator Salvation, che almeno aveva il pregio di essere un war movie senza troppi cincischiamenti, debitore più dell’immaginario di Mad Max che dei tre film della saga che lo avevano preceduto).

Si ha la sensazione, di fronte a Terminator Genisys, che la scelta produttiva sia stata quella di giocare al ribasso, approfittando di un pubblico ormai di bocca buona, traviato dai Transformers: tanto che il nuovo corso della serie di Terminator pare destinato ad essere come quello di Spider-Man, una brutta copia dell’originale per spettatori disinteressati a tutto, in primo luogo a un minimo di qualità. E dato che sono annunciati altri due film (almeno), è lecito temere il peggio.

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Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.