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THRILLER IN MANILA

THRILLER IN MANILA

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Il Mito visto dall’altra parte.

Di match del secolo ce ne sono stati tanti, nella storia del pugilato. Che un numero consistente di questi abbia visto la presenza di Muhammad Alì (o Cassius Clay) non fa che confermare la qualifica di GOAT (Greatest Of All Times) da molti attribuitagli. Difficile però non considerare in assoluto l’incontro di Manila dell’ottobre 1975 come il più terribile di tutti, il più devastante e distruttivo, mentalmente e ancor di più fisicamente. Dopo di esso, Alì non sarebbe più stato lo stesso, nelle parole dello stesso Ferdie Pacheco, il suo medico, avviandosi verso un finale di carriera in parte pleonastico (al di là dell’ultima riconquista del titolo dei massimi contro Leon Spinks nel 1978, che aggiunse un tassello alla sua leggenda) e in parte drammatico, con i primi segnali del Parkinson diagnosticatogli di lì a pochi anni, ma già evidente in alcuni segni premonitori (la favella un tempo tanto sciolta e sfrontata che diventava pian piano balbettante e strascicata, come si può rilevare facilmente in alcune interviste del periodo).

Il merito maggiore del discreto documentario di John Dower (già autore in precedenza di un lavoro sui Cosmos di New York, squadra in cui militarono Pelé, Chinaglia e Beckenbauer sul finire della loro carriera) non è peraltro corroborare la leggenda di Alì, quanto aprire lo sguardo e concentrarsi sullo sconfitto di quel match, Smokin’ Joe Frazier. Ricostruendo la storia della loro rivalità, che diede vita a tre incontri leggendari, uno (il primo) vinto da Frazier (Alì era appena tornato dall’inattività dopo la pausa forzata per aver rifiutato di combattere in Vietnam) e gli altri due da Alì, Thriller in Manila non dice nulla di più di quanto è già noto sotto il profilo sportivo. Ma dare la parola a Frazier (pochi anni prima della morte avvenuta nel 2011) mostrando il “dopo” di una leggenda della boxe un po’ trascurata dagli americani in favore della strabordante presenza mediatica di Alì, ha il sapore di un omaggio dovuto al perdente della sfida filippina (che segnò praticamente la fine della carriera di Frazier, se si eccettua un tentativo di rivincita contro George Foreman finito malissimo), coinvolgendo anche il di lui figlio Marvis (a sua volta peso massimo sconfitto per il titolo da Larry Holmes) e un coro di voci che, in qualche misura, riescono a risarcirlo dell’oblio in cui è caduto.

Alcuni decenni dopo la fine della grande stagione della boxe anni Settanta, ritroviamo dunque Frazier nelle badlands di Philadelphia, dedito ad allenare e a ricordare con molta amarezza i voltafaccia di Alì, prima suo amico (nel momento del bisogno Frazier aiutò Alì anche economicamente), poi nemico spudorato e feroce, pronto a sotterrarlo presso l’opinione pubblica apostrofandolo come “gorilla”, “zio Tom” e con altri epiteti irrispettosi e intesi solo ad alimentare la popolarità del pugilato e dei suoi campioni. Ma tutto questo giovava esclusivamente ad Alì, e il triste paradosso è che a Philly, nella città dell’amore fraterno, campeggi la statua dedicata a Rocky, a un personaggio di finzione, mentre per un campione vero e irriducibile come Smokin’ Joe le luci si sono spente presto, condannandolo a vivere ai margini e in sostanziale povertà. Se c’è un senso in questo documentario sportivo – comunque imperdibile per gli appassionati – è proprio nel guardare il mito di Muhammad Alì stando dall’altra parte, togliendogli un po’ di aura per restituire al perdente (comunque uno dei più grandi pugili di sempre) una dignità che la dura legge dello sport americano gli aveva sottratto. Sia pure senza consolazione alcuna.

voto_3

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.