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TUTTE LE MANIE DI BOB

TUTTE LE MANIE DI BOB

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Io ossessiono, tu (mi) ossessioni, egli (si) ossessiona…

A proposito dei grandi temi della cultura nordamericana, una volta si parlava di un connaturato senso di colpa, quello insito nella classe media oggettivista dei self-made men in dovere di portare il loro aiuto a quelli meno fortunati, ovviamente non senza una punta di compiacimento, così come di disgusto. Oggi la questione sembra possedere un peso specifico differente – eclissata da un più generico diritto delle masse al wellness individuale, spesso di matrice ecologica – che tuttavia rimane. E Tutte le manie di Bob comincia proprio da qui.
Certo, immaginiamo che Frank Oz e lo sceneggiatore Tom Schulman abbiano guardato più alla funzionalità che a un’autoesegesi di tale profondità in sede di progetto (quella piace a noi critici, e devo ammettere che utilizzare quest’espressione ascrivendomi a una categoria tale mi provoca non poco disagio), tuttavia i temi sopracitati gettano le fondamenta di questa spassosissima commedia, né più né meno che un buddy movie, ma di classe. Sì, perché Frank Oz, sulla scia di film quali I vicini di casa e Un biglietto in due, stilizza il concetto stesso di buddy movie, libero da qualsivoglia contaminazione dei generi (non ci troviamo on the road e non c’è nemmeno una trama gialla) costruendolo su due personalità antitetiche, ma complementari e sulla spinta del successo ormai a un passo: definitiva realizzazione del sogno americano o beffardo calderone di manie e ossessioni?
Il dott. Leo Marvin (Richard Dreyfuss) ha una bella moglie, due figli sprezzanti e un carattere egocentrico e ambizioso che gli ha portato in dote il successo, cui manca solo la ciliegina sulla torta: un’agognata intervista alla televisione nazionale per la promozione del suo nuovo libro. Ah, dimenticavo, il dottor Leo Marvin è uno stimato psicoterapeuta di New York e la gloria tributatagli viene dall’aver dedicato il suo tempo alla cura delle problematiche altrui. Bob Wiley (Bill Murray) invece è quel che si direbbe un caso umano: la sua guarigione farebbe la fortuna professionale di qualsiasi strizzacervelli se non fosse che Bob, paralizzato da un indicibile numero di fobie, è una vera piattola che ha messo in fuga qualunque dottore abbia avuto l’imperizia di avvicinarglisi. L’incontro tra i due fa il resto, molla di un meccanismo oliato a puntino e senza intoppi: l’unità di spazio del pacifico e incantevole Lago Winnipesaukee in New Hampshire, luogo di villeggiatura del dottor Marvin, si trasforma in un gustoso, pungente, e a tratti surreale alternarsi di paradiso e inferno.
Prima il dott. Marvin sembra tenere a bada il suo debordante paziente, poi però c’è Bob che si insinua sempre più nella vita privata del suo medico: Bob che gli salva la vita, Bob che si guadagna la stima dei suoi figli (quella che lui non sembra aver mai avuto), Bob che diventa il divo della loro apparizione televisiva. Un travolgente gioco al massacro mentale che demistifica le strutture incrollabili e tutte americane del successo, poi beffardamente conquistato da chi non sembra meritarlo e che, anzi, candidamente non sa che farsene. Mentre il dottor Marvin precipita in un immeritato baratro d’infelicità, defraudato della sua più grande occasione di affermarsi come qualcuno, Bob si libera di quelle ossessioni da terzo millennio che lo schiacciano permettendogli solo la sopravvivenza: non è un maniaco-depressivo, è un Candido entusiasta che vuole vivere riuscendo a respirare quel poco di aria fresca che finora gli è sempre stato negato.
Frank Oz non intende sdoganare la psicoterapia – a quello ci hanno già pensato altri in tempi passati e non sospetti – così come farà qualche anno dopo presso le famiglie medie con l’omosessualità (In & Out), ma se ne serve come spunto di una sana, ingenua follia in cui invischiare i suoi interpreti, entrambi perfetti. Perché se è pur vero che siamo qui a ricercare le idee che si nascondono dietro il telone bianco dello schermo, il cinema è fatto di corpi e ancor più di volti e Tutte le manie di Bob vive più che mai della mente che si trasfigura nel corpo. Murray si lascia alle spalle la faccia da schiaffi dell’arrogante e ciarlatano dott. Venkman mostrando ancora che cosa sia la verve comica e travolgente (si dice che sul set abbia improvvisato moltissimo), oggi dimenticata dalla bulimica cura Wes Anderson, che ormai va col pilota automatico. E Dreyfuss, che quanto a gigioneria sa essere non da meno, giganteggia: prima compìto e respingente psichiatra fighetto a Manhattan e poi ridotto in stato semi-vegetativo, col viso contratto dalle smorfie, da tutte le manie di Bob.
Tutto fila liscio sino alla fine: seppur i due siano antagonisti uniti da alcuni effimeri momenti di asintotica affinità, non ci sono veri buoni e cattivi. Bob di certo vince liberandosi dalle sue paure, il dott. Marvin forse perde molto (ma non di certo la sua famiglia), ma tutte quelle ossessioni, giuste o sbagliate, autoimposte o patologiche che siano non sembrano esistere più in questo gioco degli opposti, prototipico eppure mai banale o pretenzioso. Un “gioiello di comicità/genialità quasi incompreso” (non sono parole mie, ma di Tilda Swinton, che in un’intervista di qualche anno fa confessò come questo film fosse irresistibile per lei e per i suoi figli) che lavora e si pone in maniera limpida quanto prorompente e che conquista perché le manie, con la giusta dose di umorismo, sanno anche divertire e non solo essere un fardello.

voto_4

Matteo Catalani
Il cinema l’ha sempre accompagnato (ricorda ancora i pomeriggi passati davanti ai DVD dello zio in compagnia di Terrence Malick e Michael Mann, per poi scoprire come tenere la penna in mano grazie a Glengarry Glen Ross e ai film di Wilder) dirottandolo verso un’(in)felice carriera umanistica a discapito di un futuro scientifico già per lui preconfezionato. Ama lo storytelling in tutte le sue forme, che cerca di far sue con abnorme fatica. In attesa di svegliarsi un giorno avendo già nel cassetto un esordio alla Zadie Smith, o di venir selezionato come point guard titolare dai Portland Trail Blazers, trascorre i suoi indolenti pomeriggi guardando film e tentando di mettere ordine nei suoi pensieri (e nella sua vita). Con “Il Bel Cinema” è alla sua prima esperienza in un sito specializzato.