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Bacalaureat foto1

Dentro il cuore nero di un Paese.

Se Eliza riuscirà a diplomarsi con una media alta, se ne andrà dalla Romania per studiare in Gran Bretagna. Ma il giorno dell’esame subisce un’aggressione e suo padre, il chirurgo Romeo Aldea, arriva anche a mezzi illeciti per far sì che sua figlia prenda la media del 9. Nel frattempo, anche il matrimonio di Romeo non sembra avere un futuro. Più che il rapporto tra padre e figlia, il titolo originale (Bacalaureat) del quinto lungometraggio di Christian Mungiu si sofferma sul vero epicentro del film. Vera e propria analisi su come si passa da essere disponibili e rispettati a soli e ignorati (per dei cavilli burocratici) in un paese che toglie spazio alle ambizioni: che sia vivere all’estero o cambiare ciò che ti circonda. Il che produce un sottile dualismo all’interno del film, tra Romeo che non vede alcun futuro nel suo paese e tutti gli altri che nutrono speranze, spesso date dall’attaccamento alle amicizie (Eliza) o riparando nel sordido scetticismo (il capo della polizia).

A uno sguardo superficiale sembra il tipico prodotto festivaliero: tanti piani-sequenza, (poca) musica diegetica, macchina a mano. Ma i personaggi sono più veri del vero, e quando dialogano il regista inserisce sempre dei piccoli dettagli che disturbano la loro conversazione: i telefoni che squillano incessantemente ogni qual volta si prendono decisioni importanti sono la dimostrazione che c’è vita anche altrove e il dettaglio più banale può contribuire a far crollare le certezze. E la vita si scorge anche nelle aperture delle immagini, con quel paese da loro tanto vituperato sullo sfondo e tra i due personaggi che dialogano a creare vertigini nell’occhio dello spettatore. Ma non è solo una questione di immagini, ed è magistrale a questo proposito il primo dialogo in questura: in cui, tra il dramma di un padre e di una figlia, nel corpo del dialogo intervengono agenti esterni (i poliziotti) che con ironia e scetticismo contribuiscono come una nota (volutamente) stonata a rendere il divario tra il dramma di una famiglia e il resto che li circonda. E il piano-sequenza risulta un modo efficace per non dare distrazioni allo spettatore, per enfatizzare il nostro attaccamento ai personaggi, arrivando ad essere un elemento stilistico fondante assieme alla fotografia. Mungiu non fa sconti al padre ossessionato per la carriera scolastica della figlia, ossessione che si materializza anche nel suo misterioso addentrarsi nei boschi o nelle minacce dei vetri rotti, e perfino nella presenza del figlio della sua amante che, perennemente mascherato da lupo, sembra sbucato da un immaginario simile a quello di Ben Wheatley. Ma il regista sa viceversa regalarci attimi di poesia negli ultimi strazianti dialoghi con la moglie bibliotecaria.

Il pedinamento del protagonista del film sembra una costante di molte opere d’essai recenti, dai Dardenne, che condividono cause realiste simili a quelle di Mungiu, a Il figlio di Saul, ma questa scelta di stile qui assume tratti molto più strazianti se rapportata al presente e al passato della Romania. La gestione dei corpi nello spazio dell’inquadratura, mai uguale pur ripetendo le stesse situazioni, toglie ridondanza a un film che molti dovrebbero vedere. Premio per la miglior regia (ex aequo con Personal Shopper di Oliver Assays) a Cannes 2016.

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.