Sign In

Lost Password

Sign In

Toni Erdmann foto1

Il buon selvaggio che non morde.

È stata la stessa Maren Ade, in più interviste, ad aver ammesso che per il personaggio di Toni Erdmann si è ispirata a Andy Kaufman, reso celebre (da noi) da Jim Carrey nel bellissimo Man on the Moon (1999, Milos Forman). Il rivoluzionario comico americano, più che declamando semplici battute, tentava con gesti dal sapore dadaista di combattere il sistema dello show-business dal di dentro. Attraverso Toni Erdmann (il film), questo è forse quanto Maren Ade vuole fare nel panorama del coevo cinema europeo: usare i consolidati codici linguistici dei film cosiddetti d’essai per imbastire un bildungsroman adulto, non secondo i toni che questo stile e questo cinema prevederebbero, ma sfruttando la comicità di Peter Simonischek. Tanto è bastato, assieme all’ottima prova di Sandra Huller per ricoprire l’opera di elogi, come testimoniano molte classifiche dei film del 2016 di riviste prestigiose.
Non ce la sentiamo di unirci al coro per svariate ragioni, anzi, riteniamo che in tanti elogi si celino i segnali di una crisi, più che dei film, del modo di recepirli. Ben prima di Forrest Gump, sembra che al cinema l’elogio del folle, o dello stupido che è in noi, riesca sempre a fare presa su qualsiasi tipologia di spettatore. Ma le immagini in un film non servono solo a raccontare una storia. Andando oltre, celano anche finalità ben precise. In Toni Erdmann sembra nascondersi più di un ricatto: se il tuo cuore non batte dalla parte del premuroso padre che guarda con tristezza alla vita asettica di sua figlia e alla disumanità dei suoi colleghi, allora sei come loro. Quindi, devi ridere con questo padre che non ha nemmeno più lo svago di insegnare musica o di giocare col proprio cane. La società a cui Toni sembra ribellarsi è quella che esclude il folle che è in ognuno di noi, ed ecco l’apologo anti-borghese. Poi, i film parleranno anche per metafore ma, ci chiediamo, qual è l’alternativa alla vita di Ines? La regista non ce lo dice, non chiude il racconto, soffermandosi sul volto incerto di Ines, in un gesto che sembra coraggioso ma ormai è una costante consolidata e inevitabile di qualsiasi film che voglia riscontrare ampio consenso critico (La Vita di Adele, per fare un esempio).
La maggiore novità sembra essere l’elemento stilistico, a cui abbiamo accennato sopra. Non che in un film si cerchi per forza di cose il pezzo di bravura o l’inquadratura estatica, ma qui siamo nell’anonimato da festival. La scena che è piaciuta tanto ai critici stranieri e che rimane più nella memoria, è sicuramente quella in cui Ines accoglie gli invitati a una sua festa in casa nuda. È il segno che lei ha deciso di dire no a tante cose, lo sberleffo supremo all’omologazione da multinazionale. Siamo davvero nell’ambito della trasgressione? Non era molto più ostico Il fantasma della libertà (1974, Luis Buñuel), tanto per dirne uno, in cui gli invitati mangiavano sedendosi sulle tazze del water al posto delle sedie? Entrambi i film mirano al surreale in un contesto realistico, l’analogia viene spontanea e sarebbe scorretto sostenere che in un film si debba per forza mettere in scena trovate di sceneggiatura mai viste: ma 40 anni sono passati dal film di Buñuel, e dal cinema ci sembra lecito pretendere qualche provocazione ben più severa.
Padre e figlia sono due mondi che si fronteggiano e si scontrano, ma la commedia sembra solo un alibi per non prendere questo confronto sul serio, per virgolettarlo, così tutto finisce nel modo ambiguo in cui lo spettatore, borghese come quelli che ha appena visto scherniti (ma non troppo) sullo schermo, vuole che le cose (non) finiscano. Il vero sberleffo sembra l’aver preso questa opera-monstre (solo nella durata di 162 minuti) sul serio, pensare che essa abbia svelato delle verità sul presente, trattando tematiche già declinate in chiave ben più pregnante e dolorosa, tornando all’oggi, sia da Un padre, una figlia sia da Io, Daniel Blake. Non c’è altro da aggiungere per la mediocrità che trasuda da ogni immagine: e infatti noi scegliamo di dissentire, rifiutando il pensiero che questo buon selvaggio ci possa salvare. Anche perché, come il suo cane all’inizio del film, non abbaia e non morde quanto dovrebbe.

voto_2

 

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.