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VILLA TOUMA

VILLA TOUMA

Villa Touma foto4

Un film politico superiore a tutte le aspettative.

Suha Arraf è la co-sceneggiatrice de Il giardino di limoni, successo del regista israeliano Eran Riklis passato anche nelle nostre sale qualche anno fa. Ed è palestinese. Forse questo contribuisce molto a spiegare la disillusione e la disperazione sotterranea della sua opera d’esordio da regista, Villa Touma, passata in anteprima mondiale a Venezia nella Settimana della Critica del 2014 e, invece, mai uscita da noi. In questa storia di tre sorelle nubili che a Ramallah vivono prigioniere di modi, convenienze e ritualità del passato – un passato saldamente conficcato nel periodo antecedente alla Guerra dei Sei Giorni, vero e proprio spartiacque per la condizione palestinese – c’è un giudizio politico evidentemente tagliente e radicale, che non si ferma alla lettera, ma anzi contraddice audacemente le premesse.

Non c’è nel film un’allegoria del presente, che sarebbe la scappatoia e la declinazione tradizionale di un cinema politico impegnato, allineato, modellato su altre culture o voghe cinematografiche. La regia è invece appuntata sulla possibilità di un’archeologia del presente, attratta dall’opportunità di reperire in epoche e costumi “trascorsi” i primi sintomi di un guazzabuglio indecifrabile, che è prima nel sentimento della vita che nelle sue espressioni pratiche e politiche in senso lato. Lo stallo che la sceneggiatura dà l’impressione di suggerire come lo stato delle cose è a tal proposito soltanto apparente: allorché infatti Juliette, Violette e Antoinette accolgono nella loro dimora la nipote, figlia “mezzosangue” del defunto fratello, compiono in realtà e senza rendersene conto un atto che va in direzione contraria a quella sorta di placida fine della storia in cui pretenderebbero, come in una bolla, di continuare a vegetare. Ne viene nondimeno che tutti gli snodi successivi del plot, più che incardinarsi su uno o più generi cinematografici (in particolare il mélo con le storie sentimentali delle sorelle e la commedia nera, se stiamo al lugubre finale e all’irresistibile prima uscita delle quattro dame sotto gli sguardi alieni dei ragazzi arabi), sono pezzi di un domino messo in moto da una scelta che nelle intenzioni è conservatrice. È questo l’illuminante paradosso che, secondo noi, è la trave portante dell’opera e la rende acuta e spiazzante: che le azioni ben intenzionate finiscono col sortire spesso l’effetto contrario (tutta l’educazione di Badia è esemplare) e questo non avviene perché nello script si annidi un moralistico scetticismo verso l’azione pratica, quanto per una drammatica incapacità di calcolare a volte persino le più elementari conseguenze, oltre al fatto più scontato di non sapere vedere le cose altro che dal proprio, pregiudiziale, punto di vista. Per questa strada, il bel lavoro della regista palestinese, sentito e interpretato con palese dedizione anche dalle quattro affiatate attrici, finisce più dalle parti di Machiavelli e dell’eterogenesi dei fini che di uno dei tanti drammi i quali, tentando di raffigurare la tragedia palestinese, mettono al centro la divisione, l’incomprensione e l’odio di popoli e individui, com’era in definitiva nello stesso Il giardino di limoni.
E Villa Touma si pone all’opposto anche in confronto a film recenti come Viviane di Ronit e Shlomi Elkabetz o La sposa promessa di Rama Burshtein, tesi a raffigurare con progressistico sdegno la condizione femminile dentro una tradizione maschilista. Qui le nobili decadute sono più schiave della loro ottusa fedeltà a un’idea di sé che di maschi padroni o di tradizioni millenarie. Non ci sembra davvero poco, per un’opera prima.

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Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.