Sign In

Lost Password

Sign In

VITA SEGRETA DI MARIA CAPASSO

VITA SEGRETA DI MARIA CAPASSO

Maria Capasso foto3

Che necessità c’è di un “treatment” romantico? La vita reale è troppo romantica, troppo piena di fantasmi.

(G.W. Pabst, citazione da Close Up, dicembre 1927)

Salvatore Piscicelli, un tempo, non faceva mistero della propria ascendenza fassbinderiana, contaminata in vari modi (dall’innesto con la sceneggiata napoletana, nel capolavoro Immacolata e Concetta, al metateatro in Regina): se qui ne è rimasto qualcosa, è nella descrizione dei rapporti umani basati unicamente sulla dominazione dell’altro. Il film non fa che seguire la maturazione psicologica di personaggi che si sentono come se fossero arrivati al capolinea, che devono, fuori dalle logiche della società, pur sempre ritagliarsi un posto nel mondo per passare dalla sopravvivenza alla vita. Vita segreta di Maria Capasso ha una regia asciutta, fatta da pochi ma necessari movimenti di macchina, a eccezione dell’espediente dei monologhi con lo sguardo in macchina all’inizio e alla fine del film: un tempo lo si usava per creare straniamento, mentre qui rafforza il patto con lo spettatore piuttosto che tenerlo a distanza; è un segnale a cui l’autore ricorre per dirci che stiamo vedendo una storia come le tante che ci sono a Napoli. Quante donne possono ritrovarsi da un giorno all’altro nella condizione in cui finisce Maria Capasso? E’ la testardaggine della protagonista (una magnifica Luisa Ranieri) a rendere eccezionale questa storia. Dei film precedenti di Piscicelli (penso al magnifico Le occasioni di Rosa) rimane la narrazione che procede per addizione: un avvenimento si somma all’altro, ogni sequenza sembra trovare il suo posto nel testo come un corpo a sé, e i rapporti causa/effetto maturano dopo molto tempo (si veda com’è risolta la sottotrama del marito, vero motore dell’azione).

C’è la soddisfazione di vedere un film girato a Napoli senza droni con immagini-cartolina e senza la musica in sottofondo assordante e onnipresente. Senza alibi linguistici, è un cinema che fa della narrazione il suo punto forte, un cinema attaccato ai personaggi e alle loro evoluzioni. Servono poche note per elogiare Vita segreta di Maria Capasso, uscito in un’estate come al solito parca di film interessanti e penalizzato da una distribuzione misera, oltre ad un Autore che, dopo 16 anni dal suo ultimo lungometraggio, dimostra una grande vitalità. Il progetto ha avuto una gestazione lunga (1) e, come il prossimo Pupi Avati (Il signor Diavolo), l’impossibilità di portare questa storia sul grande schermo aveva dato origine ad un romanzo pubblicato nel 2012 (per le Edizioni E/O) che, a leggerlo adesso, è la sceneggiatura romanzata (se si eccettuano i due monologhi che coprono tre pagine ciascuno). Senza questo dato, il rischio è quello di trovare all’interno del film solo tòpoi e situazioni presenti nei prodotti audiovisivi usciti negli ultimi anni (e mi auguro di non leggere paragoni tra Maria Capasso e donna Imma di Gomorra).

Un film così semplice viene nascosto al pubblico, come confermano l’uscita in poche sale e la mancanza di recensioni: a ciò si aggiunge una critica pigra che oggi serve solo come alternativa all’agenzia pubblicitaria (al momento in cui scrivo, ci sono solo due recensioni in rete). Al critico cresciuto col mito del piano-sequenza e dello stile come unica religione, che ha visto Dogman e La terra dell’abbastanza solo per dovere d’ufficio, cosa può fregare di un film che si accontenta di narrare una storia? Maria Capasso ci dice che il cinema è prima di tutto narrazione: che non è una posizione retrograda, ma un modo per parlare chiaro a tutti, attraverso un’arte popolare e di massa: senza questa base, mancano anche gli input per dare il via alla sperimentazione. Poi per rafforzare il giudizio di merito c’è anche altro: la continuità autoriale (che oggi pare valere solo per gli americani, vedi i recenti deliri su Domino), l’ancoramento alla realtà e altro ancora. Il cinema italiano è sempre più ghettizzato, o non si spiega il silenzio su un autore come Piscicelli (che un tempo era elogiato da Morandini e Moravia, ma i critici hanno la memoria sempre più corta) e, invece, l’entusiasmo per registi saliti troppo presto al rango di autori, incapaci di delineare un personaggio complesso e vivo come la madre di famiglia di questo film (ne sai qualcosa, Xavier?). Del resto chi sarà arrivato fin qui è già un iniziato che, come me, dopo questo lieto ritorno, non vede l’ora di tornare al cinema e vedere il prossimo film di Piscicelli. Tra meno di 16 anni, si spera.

(1) Del resto, non è la prima volta. Quasi tutti i suoi film sono co-prodotti con la moglie e sceneggiatrice, Carla Apuzzo. Per Quartetto (2001), si era ricorsi addirittura all’escamotage del Dogma per girare a costi ridotti.

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.