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VIZIO DI FORMA

VIZIO DI FORMA

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People are strange when you’re a stranger.

Occhio alla data: 1970. Come l’anno di nascita di Anderson, come l’anno che segue Woodstock, come il passaggio da un decennio in cui ogni sogno era possibile a quello in cui ogni incubo si è avverato (Watergate, sconfitta del Vietnam, crisi petrolifera ecc).
Ambientato nel 1970, Vizio di Forma è un film-soglia. Il passaggio tra due epoche, da un paesaggio a un altro, da una percezione a un’altra, non sarà certo un caso che in colonna sonora ci siano pure i Doors. “People are strange when you’re a stranger”.

Vizio di Forma lascia interdetti. Un certo spaesamento e disappunto ci attraversano e ci lasciano in un limbo di incertezza appena dopo la visione. Una volta iniziata la sedimentazione, queste sensazioni si fanno più tenui. Ma forse la nuova opera del regista de Il petroliere è un oggetto affascinante proprio perché inafferrabile, che sfugge al giudizio, che lascia di stucco. Almeno nell’immediato.
Detto ciò, vediamo di cosa è fatto Vizio di Forma. O pare esserlo.

Qui non c’è la maestosità decadente, l’intensità viscerale di The Master, ma la piattezza drogata di una messa in scena più discreta, tutto sommato, per quanto la consapevolezza della propria grandeur autoriale Anderson ce l’abbia tutta. The Master (il miglior film dell’autore americano) andava avanti per blocchi, monoliti slegati pregni di una rabbia implosa che infondeva al tutto una potenza lacerante; Vizio di Forma ha invece un’andatura fluttuante, sardonicamente lieve, è un luna park nebuloso dai colori fluo popolato da personaggi bizzarri e quasi archetipici propri di certo noir: un investigatore privato (balordo), poliziotti ruvidi, bastardi (e ridicoli), un magnate dell’edilizia scomparso avvolto nel mistero, una femme fatale (?) sullo sfondo, e un manipolo di freak di ogni genere disseminati ovunque; il tutto imbevuto nella calura allucinata di una Los Angeles kitsch e spietata d’inizio anni Settanta.

Doc Sportello è stonato, fuori tempo. E non solo per le droghe. Sono giorni strani. Le situazioni cambiano in continuazione. La gente scompare e poi riappare d’improvviso, come Shasta, come Michael Wolfmann, come Japonica Fenway. Tante cose si affastellano. La figura chiave del film è l’affastellamento di cose, l’accumulo di piste e di indizi, di personaggi e di ipotesi. La sensazione finale però non è l’incubo, né il grottesco, quanto il gioco di somma zero. E questo è un effetto collaterale che Anderson non sembra proprio padroneggiare, con buona pace di chi pensa che sia tutto calcolato.

C’è il tipico innesco narrativo da noir investigativo, ma Vizio di Forma non si adagia semplicemente sul consueto archetipico meccanismo proprio di quel filone del “cinema nero”; e poi c’è l’Amore (perduto, o solo immaginato?), l’unica cosa di cui valga la pena essere schiavi (oltre che delle droghe) in un mondo ridotto ad un baraccone nonsense e psichedelico. Ci sono tutte queste cose, e altro ancora. O c’è solo il vagare sotto acido di un detective-hippie inconcludente tra le rovine di un mondo ridicolo?

Però diciamolo: se vuoi (ri)echeggiare un’epoca, devi pur lasciare che l’eco filtri dal fondo, da dietro. Qui c’è un tale pieno “davanti”, che il “dietro” quasi non si vede, se non con qualche sottolineatura della regia e della mdp (vedi il finale, per esempio). La traduzione fin troppo letterale in immagini da Pynchon tende a minare il progetto, sommergerlo di scrittura, togliergli il fiato, non lasciarlo scivolare nella testa dello spettatore. Fallire in parte l’obiettivo, insomma, perché se pure il vero fine fosse lo straniamento e l’interrogazione di fronte a ciò che si vede, la possibilità che si ceda alla sottovalutazione o al rifiuto è elevata, come in effetti sta accadendo dati i risultati al box office: e non sarebbe un errore di chi guarda, per una volta, ma una mancanza di chi ha girato e scritto.

Il fascino di ciò che si vede (o non si vede) in Vizio di Forma è indubbio, come anche l’idea dell’affresco, ma il rischio di sopravvalutazione autoriale e cinefila lo è altrettanto.

voto_3

Denis Zordan

Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l’ambizione di mettere un po’ di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l’acuirla ancora di più.
Fabrizio Catalani
Ha fatto e fa cose che con il cinema non c'entrano nulla, pur avendo conosciuto, toccato con mano, quel mondo, e forse potrebbe incontrarlo di nuovo, chi lo sa. Potrebbe dirvi alcuni dei suoi autori preferiti, ma non lo fa, perché non saprebbe quali scegliere, e se lo facesse, cambierebbe idea il giorno dopo. Insomma, non sa che dire se non che il cinema è la sua malattia, la sua ossessione, e in fondo la sua cura. Tanto basta.