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Il bell’esordio di Paul Dano alla regia.

La distribuzione italiana continua ad ignorare alcune interessanti zone del cinema americano, ad esempio gli esordi di alcuni attori dietro la macchina da presa (penso a film come Mid90s o Eighth Grade; mentre i due film di Brady Corbet sono stati distribuiti in grave ritardo): che è una categoria certamente generica ma nella quale rientra anche Paul Dano col suo Wildlife, prodotto, tra gli altri, da Oren Moverman. Uscito negli USA ad ottobre dell’anno scorso, non è privo di potenzialità commerciali a partire dalla presenza di una splendida Carey Mulligan e di Jake Gyllenhaal ed è stato gratificato da una buona accoglienza della critica estera. Con una sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista e da Zoe Kazan, il film è il felice adattamento del romanzo omonimo di Richard Ford (uscito in Italia nel 2007 per l’editore Feltrinelli col titolo Incendi) lungo solo 150 pagine: quattro personaggi, una storia lineare, ritmo carveriano e respiro più da racconto che da Grande Romanzo Americano; quanto basta per un esordio a basso profilo con la voglia di raccontare l’inafferrabilità delle decisioni umane. Del resto, i temi di cui tratta Wildlife (grande titolo metaforico), che è ambientato nei primi anni 60, sono molti e sono sviluppati per gemmazione: i primi incontri con l’altro sesso, l’impossibilità del dialogo genitori/figli e questi ultimi che sono lo specchio delle insicurezze degli adulti, l’amore inconiugabile col (nuovo) modello capitalistico.

Ciò che colpisce della regia di Paul Dano sta nel fatto che non si adagia in un’atmosfera vintage da adattamento letterario come sfondo kitsch, a differenza di certi Luhrmann (Il grande Gatsby) o Salles (On the road). I suoi modelli sembrano più presi dall’Estremo Oriente, specificamente il cinema taiwanese, Edward Yang in primis. Rifacendosi all’autore di Yi Yi, Dano ha sviluppato una narrazione che procede quasi sempre per piani fissi in cui la sequenza viene costruita a partire da un dettaglio che il découpage, unendo le varie inquadrature, man mano svela, eliminando la logica dominante dell’establishing shot per soffermarsi sulle parti (i dettagli) che ricostruiscono il tutto (la scena). Si parlava di gemmazione: infatti i vari temi si dipanano attraverso assonanze interne alle sequenze; ad esempio, la panoramica che mostra Joe (Ed Oxenbould) che non prende il bus per andare dalla sua (futura?) ragazza non ha alcuna ripercussione sulle sequenze successive, ma risolve momentaneamente una sottotrama; oppure l’incendio a cui assistono Jeanette e Joe prefigura un altro avvenimento a distanza di molto tempo, seppur di segno diverso: all’inizio esso è simbolo della fine di un amore, in seguito rappresenterà l’esplosione della gelosia. Tutto questo passa attraverso una sensibilità squisitamente cinematografica che si esplica nell’elaborazione sia di un linguaggio personale sia di una particolare economia della scrittura, evitando inutili voci over o dialoghi verbosi che appesantirebbero la visione; in una regia, peraltro, che non disprezza l’uso dell’audio fuori campo anche quando gli attori sono fuori dal quadro.

Pur essendo ambientato nel passato, Wildlife parla di temi universali e sempre attuali(zzabili), come di quanto sia grave la disoccupazione per una famiglia della piccola-borghesia. Jeanette, madre 36enne, rispecchia le proprie angosce nel figlio, che non ricorda nemmeno la sua età, dando così il via a dialoghi schizofrenici che giustificano una certa insicurezza di Joe nell’affrontare la vita. Ricorrente è il medium fotografico che sembra quasi porsi come metafora dei piani fissi adottati dalla regia, la quale assume un ruolo fondamentale solo nella magnifica scena finale: solo nella finzione dell’occhio meccanico la famiglia si ricongiunge e Joe può vedere insieme i suoi genitori. Paul Dano non aggiunge nulla, solo uno schermo nero, li lascia come due amanti impossibilitati a ricongiungersi perché a differenza di altri film più facili, per dirla col Burroughs di Queer, nella profonda tristezza non c’è posto per il sentimentalismo.

Nota: le interviste in cui Paul Dano cita le proprie influenze cinematografiche sono visibili sul canale Criterion di Youtube.

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Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.