L’AMORE CHE NON MUORE

(Regia: Gilles Lellouche, 2024, con Adèle Exarchopoulos, François Civil, Mallory Wanecque, Malik Frikah, Benoit Poelvoorde, Alain Chabat, Élodie Bouchez)

L’AMORE CHE NON MUORE

Nei favolosi anni Ottanta lui e lei si incontrano e scontrano fuori da scuola ed è amore assoluto in un batter d’occhi, come solo nell’adolescenza pare possibile. Ma lui, Clotaire (interpretato da François Civil, il D’Artagnan del recente dittico dei Tre Moschettieri), finisce nel sottobosco delle gang e poi anni in prigione a scontare la pena al posto del figlio del boss. Lei, Jackie (Adèle Exarchopoulos), a quel punto non crede più a nulla, nemmeno al suo successivo matrimonio. Però l’amore è folle e resiste. Da un libro di Neville Thompson, Gilles Lellouche e i cosceneggiatori Audrey Diwan e Ahmed Hamidi traggono un film volutamente sopra le righe, stracolmo di musica d’epoca – dai Cure a Billy Idol, da Everything But The Girl a Falco – e di romanticismo di grana grossa, come se il tempo non fosse mai passato e si potesse ancora guardare al cinema con l’occhio dei Besson e dei Beineix d’antan, la furia di un giovanilismo mai sopito, la sfida alle architetture del crimine come quelle di Scorsese e De Palma. L’esito è un mélange passatista che non convince mai del tutto, incapace di attingere fino in fondo tanto all’epica che all’amour fou, privo di un milieu credibile (non basta il vecchio boss malinconico di Benoit Poelvoorde) quanto di una costruzione veramente avvincente. Chi vorrà salvare qualcosa dovrà per forza rifarsi allo sprezzo del pericolo con il quale il plot mima un cinema che oggi non ha più molto senso né densità, ma può procurare una superficiale nostalgia. O anche al cast in cui, oltre ai già citati, campeggiano interpreti del calibro di Alain Chabat (il premuroso padre di Jackie) e Élodie Bouchez (la madre di Clotaire). Passato in Concorso a Cannes nel 2024, da noi saldo di fine stagione. (dz)

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