Professore a riposo (come pressoché in tutti i film di Di Gregorio) vorrebbe soprattutto godersi la pensione, magari scivolando lieve tra l’amicizia con una vicina (Iaia Forte) in procinto di sfociare in qualcosa di sentimentale e un saggio sui Longobardi che promette di scrivere ma procrastina con scuse sempre nuove; un bel giorno però ci pensa la figlia (Greta Scarano) a spezzare la sua routine piombandogli in casa con i due nipoti a causa del tradimento da parte del consorte. È l’avvio di un difficile tentativo di ritrovare la pace domestica. Con il regista romano, qui al sesto film, è un po’ sempre la stessa faccenda. Tra il bar all’angolo e la varia umanità quietamente bizzosa che popola i quartieri romani, Di Gregorio celebra la fatica di essere normali: nella speranza sempre rinviata di trovare almeno un punto d’equilibrio tra l’imperativo di vivere la propria vita e il dovere di essere disponibili verso il prossimo. Ma c’è come l’impressione che tra uno schizzo e l’altro manchi sempre il guizzo decisivo e che l’indefessa bonarietà di cui Di Gregorio lo ammanta non dia piena concretezza a questa sorta di anziano Monsieur Hulot romano. Eppure a gioco lungo appare convincente l’idea che, in un mondo sempre pronto a sclerare e a provocare scontri inutili e polarizzazioni isteriche, la saggezza stia anche in quel saper rimanere fermi del titolo, coscienti della propria identità ma anche della propria fragilità. Il punto d’arrivo è così quello sospirato da Pascal, essere in grado di stare nella propria camera: scansando il dramma (nel film tutto si scioglie presto in sorriso) e accettando ciò che non si può cambiare. (dz)
