
Il thriller Netflix firmato da Kathryn Bigelow.
Un missile nucleare non identificato si dirige verso gli Stati Uniti con l’elevata probabilità di colpire una
delle metropoli americane. Il Presidente (Idris Elba), il capitano Olivia Walker (Rebecca Ferguson), il generale Brady (Tracy Letts) e tutte le alte cariche militari e istituzionali del paese si attivano per comprendere chi possa aver iniziato l’attacco missilistico.
Presentato in anteprima mondiale in Concorso alla 82esima Mostra del cinema di Venezia, in uscita in alcune sale selezionate e prossimamente disponibile sulla piattaforma Netflix, A House of Dynamite vede il ritorno dietro la macchina da presa di Kathryn Bigelow che torna sul grande schermo a 8 anni di distanza da Detroit, grande affresco storico che narrava le rivolte dell’America degli anni ’60 nel pieno tumulto della questione razziale.
La Bigelow torna ad accendere la luce sul presente, affidandosi alla sceneggiatura di Noah Oppenheim (tra le sue opere più rilevanti Jackie di Pablo Larrain) e costruendo un thriller politico che dentro di sé contiene più di un elemento d’interesse: Bigelow imbastisce infatti una narrazione fortemente ansiogena e legata al genere di riferimento.
A House of Dynamite ha il ritmo giusto: con la sua messa in scena cinetica e i dialoghi intensi e rapidi, mantiene un suo equilibrio di scrittura e non soffoca chi guarda, prendendosi il tempo per far entrare lo spettatore dentro al suo microcosmo. Quello che la regista di The Hurt Locker e di Zero Dark Thirty fa con la nuova opera è infatti restituire poco a poco la simulazione di un disastro.
Bigelow opera in piena coerenza col suo stile e con la sua precedente carriera, mettendo in piedi un film che si muove abilmente tra il taglio fortemente documentaristico e realistico (nel senso più positivo del termine) e una sintesi estremamente materica per le sensazioni che offre e la sua capacità di definire i personaggi anche in poche battute.
A House of Dynamite ha l’ordito di una piece teatrale strutturata in tre atti che diventano tre luoghi e che
a loro volta diventano tre punti di vista differenti sulla stessa delicatissima vicenda dispiegata dal film.
Come detto Kathryn Bigelow compone l’immaginazione di una tragedia, fantasticando a livello filmico su come si muoverebbe tutta la macchina organizzativa e decisionale a stelle e strisce in caso di allerta per un attacco nucleare sul suolo americano.
A House of Dynamite è questo a un livello immediato, ma è impossibile non vederci anche uno sguardo all’attualità. Non ci sono riferimenti diretti (il primo ministro russo è un personaggio fittizio…), ma il film racconta con grande efficacia una parte non banale del nostro contemporaneo. Il nemico non è quasi più tangibile, è nascosto e indefinito. Pericoloso e potenzialmente letale, ma sospeso come è la società liquida di oggi. Non è forse un caso che i contatti tra i personaggi nei tre atti del film siano pochissimi a livello diretto e avvengano maggiormente tramite device, video conferenze o chiamate via cellulare. In questo senso assume un significato intrigante la scelta di identificare il Presidente degli Stati Uniti (interpretato dal bravo Idris Elba) con il suo acronimo “POTUS” senza che possiamo sapere il nome e cognome reale del personaggio.
Però A House of Dynamite può essere anche altro e ogni guerra su larga scala (e ogni possibile conflitto) porta con sé anche vite e dolori individuali: e qui lo script è attento a misurare il peso emotivo dei rapporti personali, e bastano una chiamata alla figlia o alla moglie mentre tutto crolla per renderlo tangibile. Un film che lascia molto, che non avrà la rotondità del capolavoro ma sa dialogare con l’attualità, raccontando le dinamiche politiche che governano l’instabilità che stiamo vivendo. La forza è nell’attacco, il ragionamento e la lucidità di stare fermi sono da deboli. “We live in a house full of dynamite but we still have to live in” dice il Presidente. E il finale, quanto mai aperto ma non inutilmente criptico, è un punto a favore, e soprattutto lascia spazio al pensiero di chi guarda.
