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AMERICAN SNIPER

AMERICAN SNIPER

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Un’America fuori sincrono in un film con limiti di personalità.

American Sniper fa parecchio discutere. E questo in sé sarebbe un bene, in un panorama critico che spesso si limita a dibattiti telefonati e poco produttivi su posizioni stantie, autoriali(stiche), tendenti all’autoreferenzialità.

Come se ne parla, però, è qualcosa che non convince molto. Le voci “contro”, che sembrano le più motivate, sono propense a muoversi su un piano soprattutto contenutistico. Si tratta di una critica in senso lato “ideologica” al film di Eastwood. American Sniper sarebbe inaccettabile non tanto (o solo) per come è costruito, girato, fotografato, montato, interpretato, bensì per le idee che vi vengono espresse. Espresse da chi? Dal tiratore scelto dei Navy Seals Chris Kyle, “leggenda” per i soldati impegnati nelle missioni militari americane in Medio Oriente. La tesi, in fondo semplice, è che Eastwood è così contiguo a Kyle (per la sua sbandierata vicinanza alle idee repubblicane) che American Sniper è un film propagandistico, privo di sfumature, appiattito su convinzioni bieche, rozze, semplicistiche, retrograde. Il Berretti Verdi di Clint, insomma.

Le voci a favore mettono in risalto invece l’integrità del cineasta, la sua classicità e la conflittualità interna del film, la criticità di una sequenza come quella della tempesta di sabbia che tutto avvolge e confonde nel climax di American Sniper, il bisogno innato di Eastwood di incrinare le letture della realtà (magari andando dall’altra parte, come in Lettere da Iwo Jima), mettendo alla prova i valori fondanti e le icone dell’America, cosa che accadeva per esempio in maniera flagrante in Potere Assoluto quando, non tanto dietro le quinte, il presidente si dimostrava il cuore nero del Grande Paese. Quindi anche in quest’ultimo film non verrebbe meno la tendenza a un cinema “in chiaroscuro”, e tanto basterebbe per rigettare accuse di fascismo e di appiattimento ideologico.

Sono punti di vista che presi a sé sono abbastanza legittimi, dando conto di un diverso approccio delle due fazioni critiche. Tuttavia non soddisfano appieno perché sembrano muoversi entrambi per linee esterne all’opera, rischiando di essere a loro volta troppo nettamente ideologici. Personalmente, la scena chiave mi pare invece quella in cui, nella tranquilla intimità della vita a due di Kyle e Taya, irrompe l’attentato alle Twin Towers: una rottura della pax domestica in senso assoluto, trattandosi di un’ideale (definitiva?) perdita dell’innocenza. L’America ingenua è infatti ferita per la prima volta direttamente sul patrio suolo (c’è il precedente di Pearl Harbor, ma da un punto di vista mediatico non esiste possibile paragone) e si accorge tragicamente che il suo territorio, le sue città e il suo modo di vivere sono sotto attacco e a rischio di distruzione.

La natura in gran parte virtuale del conflitto (si pensi solo alla ricerca delle famigerate armi di distruzione di massa in possesso di Saddam) non può però che sfuggire a Kyle, imbevuto e pressoché sedato dalle idee tradizionali: in tal senso le guerre scatenate dall’amministrazione Bush sono per lui “realistiche”, non contemplano sfumature, al punto che non riesce a colpire un bersaglio finto, ma solo qualcosa di vivo, si tratti di un serpente invisibile tra i cespugli o di un leggendario cecchino iracheno all’incredibile distanza di due chilometri. Di questa incongrua e metaforica cecità prova a dare conto Eastwood, dipingendo la nuova era in cui un paese spaventato tenta di farsi coraggio ricorrendo a quanto di più obsoleto, ma anche di più caratteristico, c’è nel suo patrimonio genetico. Non è un caso che ad un certo momento il film sembri trasformarsi in un’anacronistica epopea western.

Ma se il regista di Gunny (altro film su una guerra più eventuale che effettiva) è lucido nel ritrarre una crociata sbagliata – nel senso che è condotta con una logica d’altri tempi, individuando i nemici secondo il dissennato criterio buoni vs. cattivi o cristiani vs. infedeli o civiltà vs. barbarie – manca di rigore linguistico quando cerca di togliere gli alibi e le illusioni al suo “eroe”. Che diviene una volta per tutte tale, contro le verosimili intenzioni di Eastwood, allorché vince la battaglia contro il cecchino avversario, con tanto di spettacolare scena della traiettoria del proiettile in volo. Non basta una tempesta di sabbia per annebbiare le idee, come non è sufficiente descrivere con toni accorati il difficile reinserimento nella vita civile del veterano. Mostrare gli effetti della guerra sulla percezione della realtà del Seal (già condizionata dai preconcetti di Kyle, come evidenzia anche la scena del barbecue in cui sconvolto si avventa sul cane che gioca con il figlio) equivale a rincarare la dose, come se il cuore del problema non stesse nell’incapacità di un uomo cresciuto in valori ottusi e retrivi di relazionarsi col mondo (quello odierno) nel quale vive, ma nella fatalità del destino di chi, pur sbagliando, non si perita a battersi come un cane pastore per la difesa degli agnelli, in una (anche questa molto tradizionale) apologia del sacrificio che riscatta il singolo da ogni ambiguità e responsabilità per la sua inadeguatezza. E si noti come, a differenza che in Flags of Our Fathers, Eastwood non dia neppure la colpa alla politica.

Ad American Sniper manca cioè alla resa dei conti una più robusta iniezione di personalità per raggiungere quella feconda contraddittorietà che faceva grandi opere come Potere Assoluto o Mystic River. Un film che avrebbe potuto essere la tersa allegoria tragica di un’America fuori sincrono, bloccata nell’istintiva e angosciosa replica degli archetipi sanguinari che l’hanno costruita, finisce per essere la conferma un po’ deludente dell’ottica con la quale un americano “onesto” guarda alla vita: vittoria o sconfitta dell’individuo in base alle “antiche” categorie, e tertium non datur.

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Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.