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ANNABELLE 3

ANNABELLE 3

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Il nuovo spin-off dell’universo di The Conjuring.

Se c’è (almeno) un merito che va riconosciuto a James Wan è quello di aver saputo reinventare la serialità horror aggiornandola al nuovo millennio. Senza parlare di Saw, di cui ha curato la regia solo per il primo capitolo, nel 2010 questo giovanotto malaysiano ha girato Insidious, seguito tre anni dopo dal secondo capitolo, facendo intravedere un gusto moderno e sofisticato per la messa in scena della paura legata soprattutto al mondo dei fantasmi. Ma è con The Conjuring – L’Evocazione dello stesso 2013 che Wan imprime il suo nome su una saga che dura ancora oggi e che, cosa più unica che rara, conta i capitoli migliori negli spin-off e nei sequel piuttosto che nei titoli primari.  The Conjuring è sostanzialmente la storia dei coniugi Ed e Lorraine Warren, realmente esistenti ed esperti – a loro dire – demonologhi ed esorcisti: una saga che, contrariamente a quanto ci ha abituato il cinema dell’orrore canonizzato negli anni Settanta-Ottanta, si sviluppa andando avanti e indietro nel tempo, girando non tanto intorno ad un protagonista bensì ad un tema: si, perché più che i coniugi Warren, i veri protagonisti delle storie sono gli artefatti del loro (realmente esistente!!) museo degli oggetti infestati e i loro casi più o meno ripresi dalle cronache. Tralasciando che persino il classicissimo e sopravvalutato Amityville Horror era basato su una loro investigazione paranormale, Wan ha avuto l’intuizione di creare un vero e proprio universo interno ai suoi film, del quale fanno parte opere che apparentemente non c’entrano nulla l’una con l’altra come La Llorona e The Nun, con una fortissima identità di genere e uno stile inconfondibile basato, più che sull’effettaccio, sull’atmosfera e sull’attesa.

Annabelle 3, si diceva, così come il suo precedente (prequel di Annabelle, spin-off di The Conjuring…) e come The Conjuring 2, è migliore dell’originale: probabilmente perché mette a fuoco meglio una materia già iperabusata dal cinema, la possessione demoniaca miscelata ai fantasmi, ma di certo perché studia alla perfezione i meccanismi della paura e gioca con lo spettatore sulle aspettative che crea e su una serie di cliché che vengono reinventati o presi abilmente in giro. Nella fattispecie, il film del pressocché sconosciuto Dauberman mette la bambola dalle fattezze mostruose al centro di un più vasto tessuto paranormale, dove a scatenarsi sono le paure delle tre protagoniste più che un vero e proprio villain. Non succede infatti quasi niente in tutta la prima ora di film: ma c’è solo un’abile messa in scena e costruzione di atmosfera, utilizzando con intelligenza luci e ombre, panoramiche e piani americani, per immergere lo spettatore in uno stato d’ansia non indifferente. L’universo di The Conjuring ha una caratteristica forte e imprescindibile: si prende sempre e comunque sul serio, anche quando non sembra, anche quando ironizza su se stesso. Non c’è una caccia alla battuta facile e sbracata per sdrammatizzare, non si prendono in giro gli spiriti e le evocazioni: il pubblico deve avere paura, e allora perché allargare il campo? Un terzo capitolo perfettamente in linea con il suo universo, insomma, che oltretutto regala una piccola protagonista pronta a prendersi la scena (la Judy di McKenna Grace) e nuove porte da aprire sui possibili futuri capitoli – già si parla di un The Conjuring 3 e di L’Uomo Storto.

Nella complessa timeline dell’universo di Wan, Annabelle 3 si colloca dopo il primo capitolo di The Conjuring: ma come i precedenti capitoli c’è un’attenzione particolare, quasi maniacale, per la ricostruzione storica attraverso oggetti, musiche e programmi in tv, in una sorta di omaggio al vintage che diventa non solo corollario ma anima pulsante della storia: la storia, nelle intenzioni, è “vera”, così come vera deve essere la sua ricostruzione, mettendo quindi al centro dell’attenzione l’accumulo ordinato, l’importanza della conservazione e della preservazione del ricordo e della memoria, come il ruolo fondamentale che ha nella vita l’accettazione della morte. Perché se pure l’impianto narrativo, alla fine dei giochi, è quello del classico home invasion con tutto quello che ne consegue, i canoni sono sovvertiti e si gioca con i sentimenti e le emozioni, in un tourbillon da casa degli orrori dove sfilano il lupo mannaro, la sposa cadavere, il traghettatore di anime e un demone animalesco, stretti stretti insieme alle difficoltà della crescita, ai dolori dell’adolescenza, al bullismo e ai primi amori, tutto messo in scena con una tale naiveté, con una tale innocenza e sincerità da far perdonare anche qualche difetto sparso qua e là.

Perché in fondo Annabelle 3 fa quello che deve fare, spaventare: senza dimenticare che la paura è un’emozione, e come tale va trattata e rispettata.

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Gianlorenzo Franzì
Figlio della Calabria e di Lamezia Terme, è critico onnivoro e militante, preferisce il rumore del mare e il triangolo Allen-Argento-Verdone. Vive e si nutre di cinema che infiamma: si commuove con Lynch e Polanski, Nolan e Cronenberg, pugni in tasca e palombelle rosse, cari diari e viali del tramonto, ma è stato uno dei primi critici ad accorgersi (e a scrivere) in maniera teorica delle serie tv e della loro inesorabile conquista del grande schermo. Incredibile trovi il tempo di fare anche l’avvocato: perché dal 2007 è direttore artistico della Mostra del Cinema di Lamezia Terme - LFF da lui creata, dal 2004 ha un magazine tv (BUIOINSALA, ora in onda dalle sale del circuito THESPACE) e uno in radio (IL GUSTO DEL CINEMA), scrive o ha scritto su Nocturno Cinema, Rivista Del Cinematografo, Teatro Contemporaneo e Cinema, Weird Movies, ha pubblicato due saggi (uno su VOCI NOTTURNE, uno su Carlo Verdone). Ha una good wife ma si è perso nei labirinti di LOST: ancora non si è (ri)trovato.