La Pretty Woman dell’algoritmo.
Ad Anora è andata anche troppo bene: Palma d’oro a Cannes e Oscar come miglior film (più le statuette all’attrice Mikey Madison e al regista Sean Baker per regia, montaggio e sceneggiatura originale) ne fanno però il bersaglio perfetto per gli strali social di chi non ha gradito, sovente esibendo motivazioni superficiali che in filigrana celano il disappunto del cinefilo impegnato. Un umore negativo che a latere si riconduce almeno in parte al pregiudizio verso la commedia, genere ancora oggi guardato con labbra arricciate da molti di coloro che vanno al cinema premuniti di spirito critico (per inciso, qui non si arriva a Billy Wilder, ma John Landis fa più di una volta capolino). E la vicenda à la Cenerentola o Pretty Woman è un comodo appiglio per giustificare il rifiuto quasi aprioristico: che è questa favoletta? par di sentirli dire.
In realtà l’opera di Sean Baker ha spunti degni di nota che la rendono, se non emblematica, almeno significativa. A patto di accorgersene e di non arrampicarsi per principio sul pulpito dello snobismo: se cominciamo a proclamare che Baker, pur ispirandosi per la protagonista alla Cabiria felliniana, non è all’altezza delle sue ambizioni (quali, esattamente?) ci impantaniamo nella superficialità, e non ne usciamo.
Anora si fa chiamare da tutti Ani: non è tanto che si vergogni delle sue origini, è invece che così, pressoché dimentica di chi è, entra meglio nella parte che sostiene con ferma immedesimazione. Il mondo in cui vive è interpretazione, è recita a soggetto, ma un soggetto, quello di danzatrice e intrattenitrice sessuale di un club di Manhattan, che Ani ormai padroneggia appieno, alla maniera di un software che garantisce un dato output. L’inizio, coi suoi piani ravvicinati e morbidi, tutto addosso ai corpi, ha l’intento di assicurare allo spettatore che tutto è come deve essere. Niente sentimenti, solo artata finzione. La ragazza ha assimilato il protocollo, metabolizzato il suo destino algoritmico e installato in memoria la formula; succube di sé, ha interiorizzato una dinamica molto contemporanea in cui è hegelianamente serva e padrona al tempo stesso. A tal punto da improvvisare le variazioni con sorriso sicuro e imperturbabile, anche quando (prevedibilmente) finisce nel territorio limitrofo dell’escort a domicilio.
Lo sventato rampollo di un oligarca russo che vuole convolare a nozze modifica però le regole, produce un reset: perché Ani, finora solo bambola erotica, non può più agire secondo le medesime direttive e procedure. Altro spettacolo, ruolo, programma che inoltre coincide con l’anelito fanciullesco di vestire i panni di principessa, come se la ragazza fosse la versione adulta e scafata della Moonee di Un Sogno chiamato Florida (2017). Non è qui l’evoluzione psicologica della giovane donna a doverci interessare (come obietterebbero i fissati della verosimiglianza), quanto la mutazione semantica. A matrimonio celebrato, Ani difende la rispettabilità di donna sposata perché vi aderisce, entra nella parte, si comporta come la star di una pièce differente e s’indigna se gli scagnozzi del miliardario russo le mancano di rispetto: è o non è una moglie? E allora segue le consegne e si comporta come tale, e non da intrusa o come una vittima delle circostanze: strillando, scalciando, mordendo alla stregua di una consorte inviperita per il trattamento da abusiva che le viene riservato (la sequenza della colluttazione, puro slapstick).
Gran parte della buona riuscita del film è nel congegno, nella perizia con cui Baker sa calibrare sul corpo di uno stereotipo da dramma borghese (la storia della fanciulla perduta e riscattata, ma presto ripudiata per la differenza di classe) una screwball comedy che vira agile e scanzonata per evolvere in forma contraria al cliché, sia pur assumendo Las Vegas (ed è quasi un gioco a rimpiattino con l’impresentabile Notte brava a Las Vegas) come boa ambivalente, come polo di speranze avverate e infrante. Seguendo, soprattutto, una china discendente che riconduce Ani alla casella iniziale nel confronto con l’opaco gopnik Igor: che le regala sì simbolicamente l’anello nuziale (rubato), ma per celebrare un ritorno all’origine, la degradazione ad outsider senza prospettive. Non è un caso se un trentenne russo di bassa condizione la chiama più volentieri Anora; né che la ragazza si ritrovi infine a corto di sogni. Chiusa nell’auto della nonna di Igor, lei che dalla sua nonna uzbeka aveva imparato un po’ di russo, smette di essere (in)volontaria marionetta e diventa sé stessa, ma così facendo perde le ali, acquista peso, diventa donna. Proprio lei che sognava sempre di andare al Disney World.

