AVATAR: FUOCO E CENERE

AVATAR: FUOCO E CENERE

Lo sguardo ubiquo.

Una trilogia come quella di Avatar, portata avanti da James Cameron per oltre un ventennio, è di per sé la progressiva appropriazione e cesellatura di un universo a sé stante, tanto sul versante narrativo quanto su quello iconico, tecnologico e persino psicologico. Avatar: Fuoco e Cenere è perciò da pensare sì come il culmine di un viaggio, ma anche come il viaggio stesso, con dentro tutte le stratificazioni che lo hanno contraddistinto a partire dal primo capitolo (che però risale al 2009, quando altre e ben più misere erano le possibilità tecnologiche). Più che costruzione mitopoietica in questa accezione Avatar (preso come trilogia) è prima di tutto zibaldone ipertestuale, messa a punto progressiva del dispositivo, dalla flessibilità della performance capture alla metamorfosi del mezzo espressivo, con un 3D che facendosi via via sempre più immersivo ha messo a nudo lo sguardo che vuole accalappiare significati, concetti, textures, rivelandone in estrema analisi tutti i limiti. Non avevamo ancora visto abbastanza, a Pandora.

Non sarà casuale che tutto si tenga in Avatar: Fuoco e Cenere, in questo grande cerchio che si apre e si chiude con due sequenze di piana e dichiarata realtà virtuale, dove vivi e morti non hanno mai davvero differenza ontologica. Non sarà nemmeno inopportuna o peregrina l’insistenza, ancora una volta, sull’atto di vedere: ma se nel precedente Avatar: La Via dell’Acqua il refrain era “io ti vedo”, a sancire un’alterità sempre presunta, in questo terzo e montante capitolo diviene “hai nuovi occhi, devi solo aprirli”, invito a lasciare andare le residue diffidenze in una commistione che è ormai definitiva tra dentro e fuori, battaglia e stallo, habitat arborei, acquatici e celesti (e non manca neanche la sequenza urbana, la fuga di Sully dalla prigione nella colonia in costruzione, innervata da un’estetica che rimanda al cinema di Cameron degli anni Ottanta). Tutto è nostro, pare urlare il sentimento esorbitante che trabocca dietro questa hybris, con ciò sturando le ultime strozzature (le ripetizioni e le improbabilità della trama, a questo stadio ininfluenti) e inoltrandosi in territorio inesplorato: se lo sguardo è in ogni dove, come si potrà negare ai corpi il superamento dei limiti fisici, già reso possibile dagli avatar e in questo film apertamente evocato a partire dalla mutazione in senso ultraumano di Spider?

Le letture politiche ancora ferme al western revisionista o alla vogue anticolonialista mancano tutte il punto, preferendo concentrarsi su ciò che vorrebbero che la trilogia (in odor di pentalogia, speriamo) dicesse. Quella di Cameron, più che autorialità, si potrebbe definire panautorialità: è la devoluzione a uno sguardo lib(e)rato ancora oltre le colonne d’Ercole della (obbligatoria) meraviglia di La Via dell’Acqua e avviato al superamento di ogni sfera realistica, come nelle vertigini e negli sfondamenti di una rappresentazione di Tiepolo. Dove la confidenza ormai assoluta con la tecnica stereoscopica si manifesta non accanto, bensì in opposizione con le incongruenze e la lordura della Storia, del resto da tempo ridotta a trasandato supermercato di simboli al servizio di cronache sempre più sdrucite e lise. Come pochi altri (il Zemeckis di Here è tra questi, ma si concentra sul tempo), Cameron sgombra lo spazio dalle sue incrostazioni dialettiche per rifondare una possibilità di discorso puro dentro i gesti, le azioni, le dinamiche conflittuali. Se è un sogno di una notte di mezzo inverno, vale comunque la pena di rimanervi con gli orecchi e il cuore ben aperti: così i 197 minuti del film, che a tanti hanno fatto storcere le labbra, sono ancora troppo pochi per chi vuole sostare in questo spazio franco. Pandora non è il Paradiso Perduto, come forse credevamo. È il Paradiso Ritrovato.

Autore

  • Denis Zordan

    Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.

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