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Un viaggio allucinato tra virtualità, alienazione e capitalismo digitale.

Cloud è un thriller psicologico che scava nelle profondità dell’animo di Ryosuke Yoshii, interpretato con intensità da Masaki Suda, un giovane che, intrappolato nel ruolo di venditore online, si immerge progressivamente in una realtà parallela in cui il confine tra vero e falso si assottiglia fino a svanire. In questa dimensione, la brama di denaro e la spinta ingenua al successo si mescolano a dinamiche criminali e forme sottili di dipendenza. L’ambiente in cui si muove la vicenda non è un semplice sfondo, ma una parte viva e pulsante della narrazione. Gli spazi sono freddi e deserti: fabbriche dismesse, abitazioni abbandonate, scorci di un mondo in rapida trasformazione, che sembrano testimoniare una società giunta alla soglia del collasso. Questi luoghi, svuotati di memoria e di calore umano, fanno eco alla condizione esistenziale del protagonista, sospeso in un limbo fatto di isolamento e compulsione affaristica. Qui, ogni relazione si riduce a una dinamica economica, ogni gesto sembra calcolato all’interno di un sistema che quantifica persino l’affetto. Cloud si propone come una riflessione lucida e spietata sul volto odierno del capitalismo, che ha traslocato dai mercati fisici agli spazi digitali, senza perdere il suo potere pervasivo. Anche l’intimità affettiva, come quella della compagna di Ryosuke, si trasforma in un riflesso di rapporti mercificati, in cui il desiderio dell’altro coincide con l’accumulo di beni. Kurosawa punta lo sguardo su una tecnologia che, anziché liberare, incatena. Il web, anziché promettere emancipazione, si trasfigura in una gabbia invisibile, dove si amplificano diseguaglianze e solitudini. Il mondo dei videogame non è più evasione, ma realtà essa stessa. Lo spazio del gioco si è riversato sull’umano, diventando norma, regola imposta, programma da eseguire senza scelta. Il titolo Cloud, con il suo riferimento alla “nuvola” digitale, allude sì al mondo dell’archiviazione immateriale, ma anche a un luogo dove emozioni e dati vengono congelati e svuotati del loro significato originario. In questa eterea sospensione, il valore delle persone si misura esclusivamente in termini produttivi e consumistici. Con un’estetica ipnotica e una narrazione volutamente frammentaria, Kurosawa costruisce un affresco sul disfacimento dell’identità umana nell’era della connessione perenne. Come accade spesso nel suo cinema, l’orrore, che sia psicologico o simbolico, non è fine a sé stesso, ma è il sintomo visibile di un malessere più profondo, strutturale. Il regista giapponese evita facili moralismi e preferisce suggerire piuttosto che dichiarare. Le sue critiche si insinuano nelle pieghe della quotidianità, nei silenzi che schiacciano, nei gesti ripetitivi, nei dialoghi che si inceppano. In questo, il suo cinema richiama fortemente l’ultima stagione artistica di Robert Bresson, da Il diavolo probabilmente a L’argent. La “nuvola” è metafora dell’indistinto, del confine evanescente tra ciò che è e ciò che appare, tra mente e manipolazione. La trama segue un percorso circolare e tortuoso, come un labirinto in cui il tempo si sgretola e la prospettiva muta di continuo. Kurosawa ci porta a vedere la realtà non più come qualcosa di solido e lineare, ma come un puzzle disordinato di esperienze dissonanti, montate insieme come in una sinfonia visiva complessa e affascinante. È un cinema che rifiuta la logica dell’immediatezza e della narrazione trasparente, scegliendo invece l’ambiguità e il disorientamento percettivo. Il protagonista, figura quasi cristologica e allo stesso tempo anti-eroica, incarna il paradosso di chi, per sopravvivere, si piega a un sistema che lo svuota di senso. È al contempo vittima e complice, ostaggio di un’economia che non lascia spazio a scelte etiche senza condannare all’esclusione totale. In questo universo sempre più disumanizzato, il corpo, e per estensione la natura, rimane l’ultima resistenza autentica. Come accadeva nel cinema giapponese anni Sessanta della Nuberu Bagu (la Nouvelle Vague nipponica, quella di Oshima, Imamura e Wakamatsu, per citarne solo alcuni)), Kurosawa inquadra corpi spossati, malati, ribelli fino alla follia, segnati da paure concrete e immaginarie. Alcuni personaggi sembrano voler letteralmente evadere dalla loro funzione sociale, come se la carne stessa si ribellasse al carico intollerabile delle aspettative economiche. È qui che la critica diventa più potente: non solo ideologica, ma “fisica”, necessaria come il respiro. Cloud non concede rassicurazioni né scappatoie. È un’opera che pone domande scomode e spinge lo spettatore a riflettere sulla propria complicità nel sistema che denuncia. Per questo, rappresenta un altro tassello fondamentale nella carriera di uno dei più lucidi e radicali autori del nostro tempo, non solo del cinema.

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Autore

  • Danilo Amione

    Danilo Amione, storico e critico del cinema, è stato docente di Storia del cinema e del video presso l'Accademia di Belle Arti "Mediterranea" di Ragusa. Ha partecipato a convegni e dibattiti su film e autori, ed ha scritto per numerosi giornali e riviste cartacee e online, quali La Sicilia, Pagine dal Sud, Asud'europa, Sipario, Primafila, Inscenaonline, Cinemasessanta, Diari di Cineclub, Together, Ciao cinema, Rapporto confidenziale, Carte di cinema, Articolo 21. Nel 2023, ha pubblicato il saggio "L'occhio moltiplicatore del cinema", Mimesis Edizioni, collana Mimesis cinema, Milano.

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