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La terza sfida di Creed.

Cosa si può spremere ancora da una saga che conta 5 sequel del fortunatissimo film d’origine in trent’anni ed è arrivata al terzo capitolo del suo spin-off? Gli echi, più che le citazioni, sono per un verso benvenuti – per sfidare il pubblico che sa a memoria i film – e per un altro ineluttabili: soprattutto se si pensa che lo sport, e la boxe fa meno eccezione di tutti, vive anche di continui ritorni, di sfide con se stessi e con il passato (e il futuro, come nel sesto capitolo Rocky Balboa).

Sbagliato insomma puntare ad essere per forza originali, devono aver pensato accingendosi alla scrittura Keenan Coogler (fratello di Ryan) e Zach Baylin (sceneggiatore di King Richard e del prossimo film di Neill Blomkamp, Gran Turismo): piuttosto, meglio tornare sulle orme dello stallone italiano e impararne a memoria la lezione. Il che, nella fattispecie, vuol dire rifarsi a quanto già collaudato e andato a buon fine nel, per vari aspetti omologo, terzo atto del pugile bianco di Philadelphia.

Ecco allora un antagonista che, pur ispirato nel look sul ring al giovane Mike Tyson, fa il verso al Clubber Lang di Rocky III: outsider ferocemente determinato, spaccone, selvaggio nel modo di combattere, Damian “Diamond Dame” Anderson è quel che serve per stanare Adonis “Donnie” Creed dalla sua pensione dorata (la stessa che Rocky era sul punto di raggiungere prima della sfida lanciatagli da Lang, guarda caso): con una pennellata forse ironica dato che mentre nel film del 1982 Balboa era a disagio nella veste di uomo immagine, Creed ci sta invece come un pisello nel suo baccello (chissà quanto avrà pagato Ralph Lauren, per inciso… forse solo una frazione di quanto ha versato DAZN per uno dei product placement più invadenti di sempre).

Inoltre, per rendere più speziato il piatto, certo anche in un’ottica politica che non mi sembra tra le cose più stimolanti del film, lo script ci mette un’amicizia giovanile tra i due uomini finita con il carcere per Damian e il senso di colpa per Donnie. Quanto basta cioè per mettere su delle sottotrame ad alto tasso psicologico e sentimentale che sul piano del ritmo e della plausibilità sono la parte più debole, specie per un regista acerbo come Michael B. Jordan (nulla a che vedere comunque con lo stucchevole secondo capitolo diretto da Steven Caple Jr.), ma hanno almeno un climax in un lutto (atteso) che si apparenta a quello della morte del vecchio allenatore Mickey in Rocky III. Se questo ancora non bastasse a richiamare la vecchia pellicola di Stallone c’è l’atteggiamento denigratorio che Anderson mantiene dopo aver vinto il titolo verso l’ormai “nemico” Creed, proprio come Clubber Lang aveva fatto a suo tempo con Balboa. Ma Creed III ha se non altro il pregio di sbozzare con un minimo di perizia il personaggio di Jonathan Majors rendendolo qualcosa di più che un bestione urlante, al contrario di quello che avveniva con il fumettistico Mr T.

A questo punto qualcuno potrebbe parlare di scopiazzatura, o addirittura di un mezzo plagio: ma appunto, è difficile riuscire a dire qualcosa di inedito nel mondo del pugilato che vive di improvvise rentrées e di dualismi reiterati; e in fondo capirlo e agire di conseguenza ha un suo perché, come lo ha in tal senso richiamare nel momento clou del match decisivo il K.O. subito da Foreman nella sfida con Alì. L’ho taciuto fin qui: se Creed III appare un film già visto, è anche vero che è fino a prova contraria pienamente consono allo spirito e alla lettera della saga e, per essere il primo film in cui Rocky non c’è, il suo fantasma aleggia pressoché ovunque. Non fingere di poterne fare a meno ha il valore di una confessione e di un riconoscimento insieme: il vecchio campione può non essere più protagonista, ma il suo lascito è onnipresente.

voto_3

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.