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FALLEN LEAVES

FALLEN LEAVES

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Il cinema e l’amore come ancore di salvezza in un mondo disumano.

Fallen Leaves di Aki Kaurismaki, Premio della Giuria all’ultima edizione del festival di Cannes, è un film di una tenerezza infinita. In un momento storico in cui sembra che i film, a partire dai cinecomics e in generale dai blockbuster americani, debbano durare sempre di più, come se la quantità fosse per forza di cose sinonimo di qualità, non c’è una scena fuori posto o un secondo di troppo negli ottantuno, perfetti, sobri ed essenziali minuti che costituiscono il nuovo lavoro del regista finlandese, di ritorno al cinema a sei anni di distanza da L’altro volto della speranza. Il cinema di Kaurismaki, con le sue scenografie scarne ed essenziali e i dialoghi ridotti all’osso ma al contempo colmi e ricchi di battute esilaranti e folgoranti, continua ad essere all’insegna del minimalismo, deliziosamente identico a se stesso e riconoscibilissimo da pochi dettagli, perché ogni scena porta impresso il suo inconfondibile marchio di fabbrica e la sua visione del mondo.

Una storia d’amore in puro stile Kaurismaki, incentrata su un lui e una lei alle prese con problemi economici dovuti a un mondo del lavoro sempre più precario e disumano, dove per essere licenziati basta un nulla, come capita alla dolce e mite Ansa, commessa in un supermercato, licenziata perché sorpresa a portarsi a casa un panino scaduto destinato all’immondizia. Lui, Holappa, perde invece il suo lavoro da operaio in seguito a un infortunio dove viene scoperto positivo all’alcol test. Due personaggi principali che, come sempre nel cinema di Kaurismaki, appartengono alle categorie più umili, indifese e fragili della società. Il regista finnico si schiera dalla loro parte, sta con gli ultimi, i proletari, ci racconta di queste due solitudini, in crisi esistenziale ed economica, che una sera s’incontrano casualmente in un bar karaoke di una Helsinki spoglia e deserta per poi perdersi e ritrovarsi continuamente nel prosieguo del film, a causa di numeri telefonici smarriti, dipendenze da alcol e incidenti stradali di sirkiana memoria.

Profondamente umano in un’epoca disumana, Fallen Leaves è un film che riconcilia col cinema, scritto e girato da un grande autore che ci ricorda quanto la vita sia ingiusta, complicata e difficile, se non tragica per chi vive in un Paese afflitto e martoriato dalla guerra come l’Ucraina, di cui si sentono continuamente e ossessivamente i notiziari e gli aggiornamenti ogni volta che un personaggio accende o ascolta la radio. L’unico raggio di sole e tenue barlume di speranza, la sola ancora di salvezza per il genere umano, sempre più devastato e abbrutito da guerre, emergenze climatiche e pandemie, risiede nel sentimento amoroso, nella ricerca della persona giusta o affine con cui condividere una parte del cammino. Meglio ancora se accompagnati da un cane, dolce e tenero come la sua padrona che lo ha chiamato Chaplin, uno dei numi tutelari di Kaurismaki, i cui film dialogano costantemente col cinema muto. In questo personalissimo e stilizzato mélo a lieto fine, il regista finlandese omaggia opere di autori a lui affini e congeniali quali Jarmusch, citato con altri due grandi cineasti nella scena – divertente e fulminea – in cui Ansa e Holappa vanno al Cinema Ritz a vedere I morti non muoiono, con due signori che all’uscita lo paragonano a Diario di un curato di campagna di Bresson e a Bande à parte di Godard. Proprio davanti al Ritz, teatro del loro primo appuntamento, i due protagonisti torneranno più volte nella speranza di rincontrarsi e rivedersi, a conferma di quanto il cinema, inteso anche e soprattutto come luogo fisico, sia essenziale e fondamentale per un romantico umorista come Kaurismaki e per tutti noi che non possiamo vivere e farne a meno.

voto_5

Boris Schumacher
Appassionato di cinema da che ne ha memoria, ha studiato Storia e Critica del Cinema a Firenze dove vive tuttora. Folgorato dal genio creativo di Stanley Kubrick e di Orson Welles, si autodefinisce un malato di cinema più che un cinefilo. Vero e proprio onnivoro, vede di tutto, dal cinema d’autore a quello di genere con un particolare occhio di riguardo verso l’horror e il thriller. Adora il cinema orientale, in particolare quello coreano, il cinema d’animazione (stravede per la Pixar e lo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki e Isao Takahata) e qualche anno fa è rimasto ipnotizzato e folgorato dalle opere del cineasta ungherese Béla Tarr. Scrive anche su Taxi Drivers, web magazine di cinema e cultura e Orizzonti di Gloria – La sfida del cinema di qualità. In passato ha collaborato con Cinemonitor e FilmVillage mentre su MyMovies ha pubblicato un approfondimento sulla serialità statunitense. All'inizio del 2012 ha creato Lost in Movieland, pagina facebook dedicata alla Settima Arte.