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FOXCATCHER – UNA STORIA AMERICANA

FOXCATCHER – UNA STORIA AMERICANA

Diretto Da: Durata: Con: , , Paese: Anno:

Foxcatcher-Mark-Ruffalo

Sinfonia oscura sulle macerie del Sogno Americano.

Bennett Miller: quattro film in sedici anni. Tutti fortemente “voluti”, tutti necessari. Quattro sguardi trasversali sull’America, sulle diverse facce del “Sogno”. Non fa eccezione Foxcatcher, che, come suggerisce il sottotitolo nostrano, è un’altra “storia americana”, ancora una volta ispirata a fatti realmente accaduti, come gli altri film del regista. In questo caso siamo negli Usa del 1988, lo sguardo puntato sui fratelli Schultz, wrestler olimpionici, il più giovane Mark (Channing Tatum), il maggiore David (Mark Ruffalo) che lo allena. Mark è avvicinato dal miliardario e mecenate John Du Pont (un trasfigurato Steve Carrell, che fa veramente paura) che lo vorrebbe nel proprio team di lottatori, “Foxcatcher” appunto, e gli impone un radicale cambiamento di vita e abitudini, prima allontanando e poi corteggiando il fratello David. Per arrivare ad una tragica e assurda conclusione.

Miller raffredda oltremodo la materia e la drammaturgia, non ci dice molto dei suoi protagonisti, scava nei volti e nei silenzi con uno stile glaciale e forse sin troppo “ricercato”. Non gli interessa girare un thriller, né tanto meno un film sportivo, semmai un dramma psicologico serrato e senza via di uscita, un horror della mente che è quasi un aggiornamento alle paranoie contemporanee di Psyco: il Du Pont interpretato da Carrell con inquietante mimesi, è un Norman Bates appena più sicuro di sé e rispettato dalla società. Come l’icona hitchcockiana anch’egli è ossessionato dal confronto con una madre oppressiva (Vanessa Redgrave), mai presente, ma sempre dietro le quinte, anch’egli è appassionato di tassidermia, cela una sessualità piuttosto ambigua (anche se questo passaggio è solo suggerito) e ovviamente anche lui nasconde un volto psicotico e assassino.

Il film di Miller cela uno sguardo davvero cupo e definitivo su ciò che resta del Sogno, sulle macerie su cui sorgono gli attuali Usa: non c’è nessuna apologia trionfalista della lotta, nessuna gioia nella vittoria, ma solo il silenzio assordante di tre personaggi schiavi del proprio destino, incapaci di tracciare il proprio cammino, rincorrere la propria felicità. Ci tenta Mark, che cede alla lusinghe di Du Pont, vede in lui una figura quasi paterna, da ammirare ed imitare, almeno sino a quando inizia ad intravedere le crepe ben celate sul volto perbenista del suo mentore, e crolla.
Sinfonia oscura in cui si agitano corpi perfetti ma al contempo “alieni” (per una volta il pesante make up è funzionale), la pellicola di Miller mostra in filigrana l’altra faccia del rampantismo reaganiano (la corsa agli armamenti, altra ossessione di Du Pont), segnando un passaggio temporale fondamentale per la storia degli Usa, come già hanno fatto di recente P.T. Anderson con Vizio di forma (1970, la fine dell’era dei fiori) e J.C. Chandor nel più sottile A Most Violent Year (1981, il capitalismo e la concorrenza sleale). Foxcatcher è in definitiva un film “molto americano”, per questo forse maggiormente recepibile dalle platee oltreoceano (da noi arriva con estremo ritardo e sta ottenendo magrissimi incassi), ma non per questo non meritevole della massima attenzione. Un film che scava, smuove qualcosa, su cui si ritorna anche dopo la visione.
voto_4

Alex Poltronieri
Nasce a Ferrara, vive a Ferrara (e molto probabilmente morirà a Ferrara). Si laurea al Dams di Bologna in "Storia e critica del cinema" nel 2011. Folgorato in giovane età da decine di orripilanti film horror, inizia poi ad appassionarsi anche al cinema "serio", ritenendosi oggi un buon conoscitore del cinema americano classico e moderno. Tra i suoi miti, in ordine sparso: Sydney Pollack, John Cassavetes, François Truffaut, Clint Eastwood, Michael Mann, Fritz Lang, Sam Raimi, Peter Bogdanovich, Billy Wilder, Akira Kurosawa, Dino Risi, Howard Hawks e tanti altri. Oltre a “Il Bel Cinema” collabora con la webzine "Ondacinema" e con le riviste "Cin&media" e "Orfeo Magazine". Nel 2009 si classifica terzo al concorso "Alberto Farassino - Scrivere di cinema".