
La versione di Frankenstein targata Guillermo del Toro.
Londra, metà del XIX secolo: l’osteggiato ma visionario scienziato Victor Frankenstein (Oscar Isaac) è ossessionato dalla possibilità di dare nuova vita a parti anatomiche umane prese da dei cadaveri, sfruttando la potenza delle scariche elettriche per riattivare il processo vitale. Da un suo folle esperimento nasce una creatura (Jacob Elordi), un essere costituito dalla composizione di corpi umani morti.
Presentato in anteprima mondiale alla 82esima Mostra del cinema di Venezia e disponibile sulla piattaforma Netflix a partire dal prossimo 7 novembre, Frankenstein è il nuovo film di Guillermo del Toro, il regista messicano che torna alla regia tre anni dopo la sua versione animata di Pinocchio, scegliendo di adattare l’omonimo romanzo scritto da Mary Shelley, uno dei più celebri della letteratura mondiale. A completare il cast oltre ad Oscar Isaac e Jacob Elordi, un novero di nomi importanti come Mia Goth, Christoph Waltz e Charles Dance.
Una sfida non da poco quella accettata da Del Toro, misurarsi con un’opera come Frankenstein. Un testo che già molto ha dato al cinema e che dall’epoca del muto fino agli iconici primi film della Universal Studios diretti negli anni 30 da James Whale con Boris Karloff nel ruolo del mostro, ha affascinato per la forza tematica e filosofica della storia scritta nel 1818 dalla Shelley.
Una versione, quella del regista di La Forma dell’acqua – The Shape of Water, molto attesa perché sulla carta l’incontro tra lo stile di Del Toro e la storia di Frankenstein accendeva l’interesse tra gli appassionati sulla modalità che l’autore messicano avrebbe scelto per piegare alla sua poetica una trama così nota.
Quello che Del Toro fa con Frankenstein è di fatto una rilettura in chiave fiabesca delle atmosfere dark e horror dell’opera, realizzando un film che ha quasi tutti i crismi del kolossal moderno. Un notevole impatto visivo strutturato sull’estetica gotica e barocca del regista, un film in cui sul piano registico tutto appare ben confezionato e il flusso del racconto ha un andamento genuinamente classico, impreziosito da impennate poetiche in alcuni momenti.
Sceneggiato dallo stesso Del Toro, che è anche il regista dei primi due capitoli della serie di Hellboy, Frankenstein offre due lati della stessa storia, risolvendosi in un film matematicamente diviso in due atti distinti ma intrecciati che rappresentano prima la vicenda del dottore e poi quella della creatura. Il Frankenstein di Del Toro appare quindi corretto e preciso, con tutte le componenti al loro posto, ma è proprio in questa qualità che il film nasconde forse il suo difetto più grande. Un film in cui tutto gira come ci si aspetta e si sa già cosa ci si può attendere.
Il film mette al centro ovviamente il personaggio del Dottor Frankenstein, interpretato da un ottimo Oscar Isaac, attore molto efficace nel restituire tutta l’ambiguità dello scienziato. Il film disvela con lui il suo centro tematico, permettendo a Del Toro di affrontare il tema dell’ambizione umana di superare i limiti fino a sfidare il divino, usando la scienza per rendere concreto l’impossibile, in questo caso il sogno proibito del superamento della morte.
Il tema resta affascinante, ma Frankenstein non presenta uno sguardo davvero diverso sulla questione e manca del coraggio narrativo per esplorare qualcosa di meglio. C’è un po’ la sensazione dell’occasione perduta, perché l’eterno dualismo tra la morte e la vita non viene sviluppato appieno. Del Toro non approfondisce e resta alla superficie. Victor cerca la morte prima di restituire la vita, un personaggio fondamentale vorrebbe vivere per sempre passando per la morte e la natura stessa della creatura, in una miscela tragica di putrefazione e desiderio di vita: avrebbe potuto darci uno sguardo “altro” se lo script avesse scavato più a fondo questo punto.
Invece il conflitto rimane quello ovvio tra il creatore e la creatura. Se il Frankenstein impersonato da Isaac è l’archetipo dello scienziato “drogato” dall’idea di andare oltre la fine e creare altra vita per poi rifiutarla, la creatura di Del Toro ha il volto e il corpo della giovane star Jacob Elordi, appositamente truccato nei panni del mostro. Un mostro umanizzato e lontano dalla rappresentazione classica, che serve però per delineare un po’ didascalicamente qualcosa di già sviluppato nella recente filmografia dell’autore messicano. La paura dell’altro, del mostruoso e la negazione del diverso contrapposti alla gentilezza e l’amore come chiavi per la comprensione dell’altro.
