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Dentro e Fuori.
“Le ore del nostro presente sono già leggenda” si legge su una scritta che campeggia su un muro di una Roma insolita e luminosa come non mai in una calda estate d’inizio anni ’80. Roberta, interpretata da una Matilda De Angelis di una bravura impressionante (tra le attrici più importanti e di maggior talento della sua generazione come ha dimostrato di recente in La vita da grandi di Greta Scarano), ogni volta che esce dal carcere corre a verificare se la scritta c’è ancora o se è stata cancellata. Un giorno la fa vedere a Goliarda, la scrittrice che ha conosciuto durante i mesi di reclusione a Rebibbia e della quale è diventata amica. Roberta e Goliarda sono molto diverse tra loro, per età, cultura, provenienza geografica, formazione ed estrazione sociale. Due donne che FUORI, nella vita di tutti i giorni, probabilmente non si sarebbero mai incontrate e non sarebbero diventate amiche. DENTRO però, tra le mura e le sbarre di una prigione può succedere di tutto, possono nascere legami e amicizie tra persone che fino ad allora hanno avuto una vita completamente diversa.
A tre anni di distanza da Nostalgia, il suo penultimo lavoro presentato in Concorso al Festival di Cannes, Mario Martone torna alla regia e sulla Croisette con Fuori, uno dei suoi film più belli, riusciti e importanti. Realizzato col supporto prezioso e fondamentale di Ippolita Di Majo, moglie e abituale co-sceneggiatrice di Martone, nonché autrice del soggetto, ispirato ai testi di Goliarda Sapienza L’università di Rebibbia e Le certezze del dubbio, Fuori è un film tutto al femminile in cui emerge lo spirito di sorellanza che si viene a creare tra Roberta, irrequieta e indomita attivista politica che esce ed entra di prigione, e Goliarda Sapienza, finita in carcere per qualche mese in seguito al furto di alcuni gioielli in casa di un’amica. Non si tratta di un biopic convenzionale sulla scrittrice siciliana, non siamo al cospetto di un’opera classica e lineare ma di un film complesso, sfaccettato e irrequieto, come le sue splendide protagoniste, in cui la narrazione procede su più livelli, sovrappone il DENTRO al FUORI (semplicemente straordinaria la lunga sequenza della profumeria dove una sera si rinchiudono le tre protagoniste che sono fuori dalle sbarre ma al contempo sono ancora dentro), andando avanti per poi tornare indietro e mostrarci a più riprese Roberta, Goliarda e le altre donne detenute a Rebibbia, compresa Barbara, ragazza di borgata ben interpretata da Elodie. Martone e Di Majo non hanno la pretesa di restituirci la complessità, la sofferenza e i tormenti fisici (ricoverata in manicomio e sottoposta a tre elettroshock) e interiori che hanno caratterizzato la vita di Goliarda Sapienza, venuta a mancare nel 1996, privata della (Arte della) Gioia di vedere pubblicato il romanzo di una vita, editato solo due anni più tardi da Stampa Alternativa e ben dodici anni dopo la sua morte da Einaudi. Al regista e alla sua co-sceneggiatrice interessa soffermarsi e catturare un momento cruciale e ben preciso della sua esistenza, in cui ebbe la sfortuna di finire in carcere (per un furto commesso ai danni di un’amica facoltosa in un momento in cui si trovava in un profondo stato di indigenza) e la fortuna di conoscere delle donne lontanissime e diversissime da lei destinate a diventare sue grandi amiche nella vita, prima DENTRO e poi FUORI. «Quelle donne a Rebibbia stanno dentro anche quando stanno fuori, così quando siamo insieme mi sento dentro anche io, libera» confessa Goliarda (una bravissima e toccante Valeria Golino) al marito. Un concetto che Goliarda Sapienza riprenderà nel corso di un’intervista televisiva a Enzo Biagi nel 1983, con cui si chiude il film di Martone. Una scelta giusta, azzeccata e pertinente, che rimarca e sottolinea la grande umanità, sensibilità e apertura mentale della scrittrice, contrapposta alla superficialità e allo stucchevole paternalismo di Enzo Biagi che da intellettuale sul piedistallo e da giornalista tra i più influenti in Italia, incalza Goliarda in modo frettoloso e ironico, incapace di comprendere la complessità delle sue parole «io non dico carcere è bello, però carcere è come il fuori» e di una realtà legata a un luogo/non luogo come la prigione.
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Autore

  • Boris Schumacher

    Appassionato di cinema da che ne ha memoria, ha studiato Storia e Critica del Cinema a Firenze dove vive tuttora. Folgorato dal genio creativo di Stanley Kubrick e di Orson Welles, si autodefinisce un malato di cinema più che un cinefilo. Vero e proprio onnivoro, vede di tutto, dal cinema d’autore a quello di genere con un particolare occhio di riguardo verso l’horror e il thriller. Adora il cinema orientale, in particolare quello coreano, il cinema d’animazione (stravede per la Pixar e lo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki e Isao Takahata) e qualche anno fa è rimasto ipnotizzato e folgorato dalle opere del cineasta ungherese Béla Tarr. Scrive anche su Taxi Drivers, web magazine di cinema e cultura e Orizzonti di Gloria – La sfida del cinema di qualità. In passato ha collaborato con Cinemonitor e FilmVillage mentre su MyMovies ha pubblicato un approfondimento sulla serialità statunitense. All'inizio del 2012 ha creato Lost in Movieland, pagina facebook dedicata alla Settima Arte.

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