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GHOST WORLD

GHOST WORLD

Fuga dalla provincia fantasma.

Ghost World, tratto dall’omonimo e popolarissimo (negli Stati Uniti) fumetto di Daniel Clowes (coautore della sceneggiatura), riesce magicamente a reggersi e ad elevarsi su una base di elementi molto diversi tra loro: la matrice comics, la teen comedy, il coming of age, lo spaccato “indieggiante” di(s)messo, e i tocchi grotteschi e surreali. Al centro del film diretto da Terry Zwigoff – il suo primo di finzione dopo i documentari Louie Bluie e Crumb – ci sono Enid e Rebecca, due adolescenti annoiate e sprezzanti, che si aggirano per una stilizzata provincia americana piena di bislaccherie con fare altezzoso e dissacratorio, tormentando un loro povero coetaneo non troppo sveglio e avvilito che fa il commesso in un drugstore, ridicolizzando le pose sceme e conformiste dei loro compagni di scuola e cosi via.

Lo sguardo del regista e del co-sceneggiatore si focalizza sull’arguta, velenosa e fragile Enid, centro pulsante di Ghost World. Un’adolescente giunta ad un bivio nell’estate che segue il diploma, che fatica a trovare un equilibrio, un posto nel mondo; la formosa Enid dal fascino retrò, interpretata da Thora Birch, ritratta da Zwigoff nel suo inquieto e incuriosito vagare, sembra placarsi almeno temporaneamente dopo l’incontro con Seymour (la solita figura paterna mancante?), nerd quarantenne collezionista di vinili Jazz, in cui trova l’autenticità (per quanto avvilente) che manca un po’ a chiunque la circondi, persino alla sua amica (suo unico punto di riferimento fino ad un certo punto) che strada facendo sembra perdersi, dissolvendosi nel pallido e bizzarro scorrere senza vita di una provincia fantasma. Un grottesco microcosmo pieno di cianfrusaglie come un vecchio mercatino delle pulci, pop e sbiadito, in cui teneri freak “congelati nei loro ruoli” fanno da sfondo ad un mondo fermo, colorato e senza prospettive. Un ambiente quasi fuori dal tempo in cui gli anni Cinquanta evocati da una caffetteria in stile sono puri addobbi scenici senz’anima, che acuiscono il senso di vuoto che Enid cerca di esorcizzare muovendosi ai margini di una comunità popolata da individui omologati ed omologanti, casi umani e scemi del villaggio.

Ghost World è un oggetto bizzarro, sfaccettato, perlomeno all’interno del panorama (di certo) indie americano: nel bene, e in molti casi nel male, popolato da opere coi piedi ben piantati a terra, fin troppo, che non si distaccano mai dal reale. Nel film di Zwigoff, invece, il pragmatico e acido sarcasmo di fondo che accompagna il percorso di formazione di Enid è smorzato da uno sguardo sognante che ammanta e chiude l’intera vicenda: la toccante fuga finale verso un altrove a bordo di un fantasmatico autobus non più in servizio da tempo e che arriva ad una vecchia fermata dismessa da anni materializzandosi dal nulla, sembra essere l’unica soluzione per scrollarsi di dosso il torpore di una piatta e appiattente esistenza.

voto_3

Fabrizio Catalani
Ha fatto e fa cose che con il cinema non c'entrano nulla, pur avendo conosciuto, toccato con mano, quel mondo, e forse potrebbe incontrarlo di nuovo, chi lo sa. Potrebbe dirvi alcuni dei suoi autori preferiti, ma non lo fa, perché non saprebbe quali scegliere, e se lo facesse, cambierebbe idea il giorno dopo. Insomma, non sa che dire se non che il cinema è la sua malattia, la sua ossessione, e in fondo la sua cura. Tanto basta.