Donne che odiano gli uomini.
L’amore bugiardo – Gone Girl è qualcosa che sembra appartenere ad un genere codificato, il thriller, come quasi tutti i film di Fincher, ma in realtà si libera di qualsiasi condizionamento, a partire dal presunto genere d’appartenenza.
Gone Girl è un valzer macabro: parte accumulando piste, sospetti, animi sfuggenti e insoddisfatti fino ad implodere e rilasciare il suo veleno. Un veleno che si insinua dolcemente, fino ad entrarci completamente in circolo.
La gone girl, la donna scomparsa, è un fantasma che aleggia glaciale, elegante (come il digitale di Fincher) e tossico lungo la narrazione, un freddo e spietato regista occulto che rende coloro che sono alla sua ricerca mere figure funzionali a far procedere il racconto, che vivono nella vicenda monodimensionalmente, solo in virtù dei loro ruoli (genitori logorati dalla peggiore delle attese, poliziotti scrupolosi, media assetati di scandalo), o come Ben Affleck, un volto vero, sano, da buon americano medio, brillante, per quanto in fin dei conti mediocre, che si barcamena come può, tentando di mantenere i nervi saldi nell’attesa di una soluzione che non arriverà mai, se non sotto forma di apocalisse. L’apocalisse coniugale, ma ancor di più dei sentimenti, dell’anima.
Gone Girl è leggiadro, inquietante e beffardo, a tratti sembra prendere la forma del melò-noir, ma strada facendo diventa qualcos’altro, e altro ancora, cambia direzione e registro di continuo, e rimane sempre perfettamente in piedi, non inciampa mai, neanche per un istante.
L’ultimo film di Fincher ci accompagna piano piano a riconoscere il nostro abisso: partendo con la prima inquadratura-appendice, che sembra l’ingresso nell’incubo, che dice già molto, forse tutto; e Fincher, con fare sornione, ci porta per mano, sedandoci, con passo amniotico e al tempo stesso serrato dentro la sua commedia – perché da un certo punto in poi questo diventa Gone Girl (o lo è sempre stato?), con il suo mood grottesco e acido spinto al massimo.
Con L’amore bugiardo – Gone Girl Fincher arricchisce la sua galleria di orrori popolata da anime inquiete e malate, eppure lucidissime, che vagano come fantasmi, con piani criminali calcolatissimi dietro i quali si celano apocalittici disegni (Seven), o senza alcuna (apparente) ragione a seminare morte (Zodiac), o come il fantasmatico, ferito e sprezzante Mark Zuckerberg in The Social Network a dettare regole, a creare il suo mondo ed imporlo a tutti gli altri, anche lui come un astuto burattinaio.
Amy, la gone girl, è quasi una sintesi di tutti costoro e alla fin fine il loro superamento, un punto di non ritorno. Un buco nero insondabile.
E Ben Affleck, un po’ come il Michael Douglas di The Game e come molti personaggi di Hitchcock (e come noi), è un ignaro topo in trappola, che cerca di destreggiarsi quanto può tra sospetti che crescono, l’opinione pubblica pronta a linciarlo (non prima di essersi immortalata con lui, il presunto mostro omicida, nel più idiota dei selfie) e lo sciacallaggio del mondo parallelo dei media tutto, che è un autentico freak show, un carosello di vanità dentro un mondo egualmente nichilista.
What have we done to each other? (che cosa ci siamo fatti?) si domanda Affleck nell’attacco, e di lì muove il viaggio verso l’angoscia: c’è una persona scomparsa, un’indagine in corso, il sospetto che cresce di scena in scena in una ragnatela vischiosa e sterminata, ed infine una raggelante clausola che rilancia tutto quanto e ci precipita nel niente: what will we do?

