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La sfida dell’opacità.

Pierre Constant, l’insegnante di matematica al centro del plot, insegna in un liceo intitolato a Georges Simenon, l’autore del romanzo di partenza (La morte di Belle), come ci avvisa il grande cartello situato all’ingresso della sua scuola. Sua moglie Cléa è proprietaria di un negozio di ottica: anche qui l’insegna sopra l’ingresso provvede a ricordarci che lo sguardo che abbiamo sulla vita è molto importante. La vicina di casa, dalla finestra del bagno, provoca il voyeurismo di Pierre con le sue nudità. L’insoddisfazione sessuale che regna nella coppia è confermata inoltre dal rapporto che Cléa consuma con un vecchio amante incontrato per caso. Pierre è altresì affascinato dalle probabilità, tanto da passare molto tempo chiuso in uno stanzino a correggere i compiti e a lavorare sopra una complessa equazione. Lo strangolamento della giovane Belle avvenuto sotto il suo stesso tetto sembra quasi non riguardarlo, come l’equivocità del suo comportamento che emerge dall’avventura con la giovane impiegata della procura che aveva assistito al suo interrogatorio.

Sono tanti gli elementi sovraesposti di Il caso Belle Steiner, ultima opera del 78enne Benoit Jacquot, regista al centro di indagini per abuso verso quattro attrici (1). Un’evidenza di discorso che, come si vedrà, brucia nel suo eccesso tanto la psicologia – il film non ha nulla di introspettivo, tranne (ed è dubbio) nel finale – quanto la pur pertinente disamina chabroliana degli orrori nascosti della provincia francese (ma il libro di Simenon è ambientato in America).

Quello che rimane è così un cinema che cerca di raccontare la resistenza della realtà: un’improbabile ma stimolante terza via tra il “Chi ha ucciso Belle Steiner?” della cronaca nera (che fa esplodere sempre nuovi accanimenti: i social, i reporter, la comunità della città del film ne sono inebriati e posseduti) e le strettoie logiche e razionali della polizia e della giustizia, tutte tese a provare che ci sia da qualche parte una falla nei pensieri e nell’atteggiamento del sospettato. Un’opera che non lusinga il pubblico e anzi gli propone la sfida della sua opacità.

Ad affascinare di un cinema così è soprattutto il passo. Costruito con metodo sulle semisoggettive del protagonista, è abbastanza nervoso ed eccitante negli snodi, ma non tanto da cambiare velocità. Anzi, rinnova di continuo lo stesso ritmo limaccioso e incongruente. Il caso Belle Steiner infatti allude ma non conclude lasciando accampata per aria ogni pretesa di spiegazione. Non si offre a lungo alla lama del rasoio di Occam e neppure si lambicca per trovare in ogni modo una strada, per quanto astrusa. Il suo fine sembra quasi quello di presentare la perplessità come stato normale dell’esistenza. La dimostrazione del teorema viene sempre disturbata, la chiusura del cerchio sabotata, lo stallo apertamente provocato.

Se il racconto fa supporre che il movente siano le pulsioni irrisolte di Pierre, a un certo punto intorbida le acque con le ambiguità private della vittima; se la storia prende la piega della rievocazione, a mettere in crisi le analogie provvede un’ellissi. E quando si può ipotizzare che la soluzione dell’enigma stia in un altrove celato dalla complicità indecidibile della coppia, una dissolvenza fa sfumare tutto nell’indistinto. Se pure si obietta che una ritrosia come questa è disonesta nei confronti dello spettatore, è facile ribattere che al contrario rispetta la sua intelligenza e la sua capacità di accettare l’inconcludenza come significato. Facile e a buon mercato cavarsela così? Non me ne sentirei tanto sicuro (appunto). Il film di Jacquot non sarà un oggetto per i palati più fini né, tantomeno, per chi pretende uno svago scacciapensieri prima di tornare alle proprie occupazioni. Ma almeno è l’emblema di un cinema che ha il coraggio di restare ai margini delle mode di questi anni.

(1) Il film si chiude infatti con un cartello nero che deplora ogni aggressione e molestia. Malgrado questa avvertenza, il film in Francia e nel resto d’Europa non è uscito.

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Autore

  • Denis Zordan

    Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.

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