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IL MALE NON ESISTE

IL MALE NON ESISTE

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L’enigmatica e misteriosa favola ambientalista di Hamaguchi.

Il cinema di Hamaguchi, oltre a mietere consensi e ottenere importanti riconoscimenti a livello internazionale, continua a sorprendere e a incantare. Non fa eccezione Il male non esiste, il suo nuovo film presentato in Concorso a Venezia 80 dove ha vinto il Leone d’argento – Gran Premio della Giuria. E a proposito d’incanto, basterebbe l’inizio del suo nuovo lungometraggio, arrivato nelle nostre sale per merito di Teodora e Tucker Film, con una lunga carrellata della macchina da presa intenta a filmare dal basso verso l’alto le cime degli alberi dei boschi, per comprendere quanto sia unico, profondo e prezioso il suo sguardo autoriale.

A Mizubiki, un piccolo e remoto villaggio non lontano da Tokyo, il tuttofare Takumi e sua figlia Hana di otto anni vivono in una casetta appartata ai margini del bosco. La loro quotidianità è fatta di piccole cose e di piccoli gesti: la scuola per Hana e i lavoretti utili alla comunità per Takumi come tagliare la legna e riempire le taniche con l’acqua limpida del ruscello che dalle cime della montagna scorre fino a valle attraversando i boschi della zona. Una vita semplice, fatta di lunghe e silenziose passeggiate nel bosco, lontana dal caos e dallo stress dei grandi centri urbani, in armonia con i ritmi della natura e il passare delle stagioni. L’arrivo di due dipendenti della Playmode, una società di spettacolo e comunicazione di Tokyo che vorrebbe dar vita nei pressi del paese a un glamping, ovvero a un campeggio di lusso per turisti facoltosi, destabilizza gli abitanti che sentono minacciato il loro stile di vita, da sempre in equilibrio e nel pieno rispetto della natura circostante. La posizione scelta per la costruzione della fossa settica del glamping rischia di alterare e inquinare la preziosa acqua di sorgente utilizzata dagli abitanti del luogo. Dopo il fallimentare incontro con la comunità locale indetto dalla società che vorrebbe costruire il glamping senza averne le necessarie competenze e senza tenere conto delle relative criticità, i due esponenti della Playmode vengono rimandati in paese dal loro datore di lavoro per convincere Takumi, la persona più esperta del luogo, ad accettare l’incarico di guardiano della struttura. Una mossa che nelle ciniche e scaltre intenzioni della società, interessata solo al profitto, dovrebbe servire per dribblare e scansare le varie problematiche emerse e ingraziarsi la comunità locale.

Lo spunto e le suggestioni alla base del lavoro di Ryûsuke Hamaguchi sono da ricercarsi nella collaborazione con Eiko Ishibashi, l’autrice delle ispirate e sublimi musiche di questo e del precedente film del regista giapponese, il pluripremiato Drive my car. Lavorando nella casa immersa nel verde della compositrice per la realizzazione di un video di una sua performance dal vivo, Hamaguchi è rimasto colpito dalla natura e da come la musica della Ishibashi risultasse in armonia con l’ambiente circostante. Da lì è nata l’idea di una storia piccola e minimalista, una sorta di favola ambientalista e parabola ecologica, ambientata in un luogo remoto e incontaminato, con un protagonista più a suo agio nel silenzio e nella contemplazione della natura che nel rapporto con gli altri esseri umani. Il rito quotidiano di Takumi di prelevare l’acqua incontaminata di sorgente, necessaria al fabbisogno della comunità e alla preparazione degli squisiti soba e udon della tavola calda locale, ha un che di mistico e religioso nella sua elementare semplicità. La mdp di Hamaguchi contempla e osserva, estatica, la natura attraverso gli occhi di Takumi e della piccola Hana. Ogni tanto la dimensione panica, la magia e la sacralità dei luoghi sono scalfite e adombrate da un lontano e sinistro colpo di fucile, dovuto alla caccia al cervo, animale considerato sacro da molte culture e religioni, compreso lo Shintoismo che attribuisce loro il ruolo di messaggeri degli dei. I cervi sono una presenza costante e familiare nei boschi della zona, ma la costruzione del glamping potrebbe disturbarli e costringerli a deviare il loro percorso. Sarà proprio l’incontro con un cervo e il suo piccolo ferito da un colpo di fucile a creare una frattura e un significativo e sconcertante scarto nella narrazione, dando vita a un finale traumatico e spiazzante, volutamente enigmatico e misterioso, aperto a più interpretazioni e chiavi di lettura, con la camera di Hamaguchi nuovamente intenta a filmare gli alberi del bosco dal basso verso l’alto, in uno scenario notturno illuminato dal chiarore lunare di straordinaria e abbacinante bellezza. Il male non esiste conferma il talento e l’unicità di sguardo e sensibilità di Hamaguchi, un autore che nel giro di pochi anni si è imposto come uno dei più importanti e autorevoli del panorama internazionale.

voto_4

Boris Schumacher
Appassionato di cinema da che ne ha memoria, ha studiato Storia e Critica del Cinema a Firenze dove vive tuttora. Folgorato dal genio creativo di Stanley Kubrick e di Orson Welles, si autodefinisce un malato di cinema più che un cinefilo. Vero e proprio onnivoro, vede di tutto, dal cinema d’autore a quello di genere con un particolare occhio di riguardo verso l’horror e il thriller. Adora il cinema orientale, in particolare quello coreano, il cinema d’animazione (stravede per la Pixar e lo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki e Isao Takahata) e qualche anno fa è rimasto ipnotizzato e folgorato dalle opere del cineasta ungherese Béla Tarr. Scrive anche su Taxi Drivers, web magazine di cinema e cultura e Orizzonti di Gloria – La sfida del cinema di qualità. In passato ha collaborato con Cinemonitor e FilmVillage mentre su MyMovies ha pubblicato un approfondimento sulla serialità statunitense. All'inizio del 2012 ha creato Lost in Movieland, pagina facebook dedicata alla Settima Arte.