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IL SEGRETO DEL SUO VOLTO

IL SEGRETO DEL SUO VOLTO

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Un nuovo cinema tedesco è possibile?

Più che a Hannah Arendt, alla corresponsabilità del popolo tedesco e alla svelta rimozione della colpa posteriore alle atrocità naziste, Il Segreto del Suo Volto (Phoenix) fa pensare a un’operazione di chirurgia non solo estetica sul corpo (sul volto?) di un cinema che tenta di parlare di nuovo e con necessità dei dilemmi dell’identità e ancor di più della sua rilevanza nella – e per la – storia (intesa anche come Storia, si capisce).

La Donna che Visse Due Volte allora? Sì, ma con una densità e un tasso di ambiguità che l’archetipico Vertigo diluiva liberamente nella vicenda e che il Phoenix di Petzold sembra volere liberare nelle drammatiche scene madri finali, il benvenuto alla stazione come supremo banco di prova delle possibilità di una dissimulazione, e per converso la scena conclusiva del canto di Nelly, scioglimento “consequenziale” della finzione nonché tassello conclusivo di un mosaico che punta su geometria e specularità quali compensazioni per la messa in abisso e il formalismo fin troppo da manuale. L’impianto da mélo freddo fassbinderiano, ribadito anche dalle scelte cromatiche e dall’uso della profondità di campo nelle scene notturne della prima parte, non deve in ogni caso trarre in inganno: a Petzold non preme tanto imbalsamare uno stile e riproporlo come canone d’interpretazione di un diverso contesto storico; semmai il suo lavoro consiste nel farne un memento di forte pregnanza, un termine di paragone posto per riflettere sulle possibilità di un cinema tedesco di nuovo in grado di elaborare e criticare l’immobilismo morale e sociale della società e, si licet, della “coscienza” tedesca, oggi come ieri.

Checché vi dicano, Phoenix non parla di Olocausto, se non tangenzialmente. Non è lo sguardo al genocidio e alle sue conseguenze sui comportamenti collettivi (oltre che sugli animi) ad essere il cuore del film. Se proprio si deve farvi riferimento è piuttosto con un interesse rivolto all’odierno e all’avvenire che il film di Petzold ne tratta. Facciamoci caso veramente, e non solo per convenzione: se Johannes “Johnny” non sa riconoscere Nelly sotto le spoglie di Esther, non è solo perché il suo volto dopo l’intervento chirurgico è mutato. Il tradimento da lui consumato ai danni della moglie denunciata ai nazisti rappresenta idealmente il salto definitivo in una zona grigia in cui l’amore è totalmente negato e bandito (non a caso la sceneggiatura rifiuta ogni possibilità di intimità fisica ai protagonisti, riportando il tutto a un peraltro sbrigativo connubio d’interesse). Tolti di mezzo il sentimento e lo sguardo “nel” prossimo, rimangono a presidiare il territorio i soli feticci del denaro e dell’eredità di Nelly. O, su un piano solo psicologico, il calcolo della convenienza spicciola, privata di ogni residua magnanimità e consegnata a un cinismo di piccolo cabotaggio, ad una vita alla giornata che inibisce la capacità di scorgere qualcosa oltre il proprio piccolo mondo di vantaggi e tornaconti.

Mi pare questa la vera scommessa di un film come quello di Petzold (capofila, non va dimenticato, di quella Berliner Schule che tenta da anni un rinnovamento e un pieno rilancio del cinema d’autore tedesco), mostrare la necessità di un cinema più aderente all’identità morale di una società e alle implicazioni derivanti dall’indifferenza per valori legati al dono di sé, al sacrificio e alla sensibilità verso il prossimo.

voto_4

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.