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IL VIAGGIO DI ARLO

IL VIAGGIO DI ARLO

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Il più bizzarro dei successi Pixar.

E se l’asteroide che milioni di anni fa causò l’estinzione dei dinosauri avesse invece mancato per un soffio il nostro pianeta? Come sarebbero andate le cose?
Il sedicesimo lungometraggio targato Pixar-Disney arriva in sala a pochi mesi di distanza dal capolavoro Inside Out (per la prima volta due film dello studio creato da John Lasseter escono nello stesso anno) ed è quello dalle vicende produttive più travagliate. Chi ha azzardato che il soggetto del film sia costruito a tavolino per cavalcare il rinnovato trend dei dinosauri al cinema, rispolverato dal clamoroso successo di Jurassic World, si sbaglia. In realtà le origini di The Good Dinosaur risalgono addirittura a sei anni fa, quando il film doveva essere diretto da Bob Peterson, con un uscita prefissata per l’estate 2013. Peterson si è scontrato con difficoltà creative nel trovare una giusta conclusione al suo film, al punto che il vate John Lassetter, preoccupato per gli incerti esiti di un investimento milionario, ha affidato la regia ad un’altra persona, Peter Sohn, che ha apportato diverse modifiche alla visione del precedente regista e ha obbligato la produzione a spostare l’uscita del prodotto finale prima al 2014 e infine al termine del 2015.
Ed eccoci qua. Il risultato a cui possiamo assistere in sala è un insolito ibrido, il film Pixar più bizzarro, e a suo modo coraggioso, tra i successi dello studio specializzato in film d’animazione. Film “minore”? Forse. Soprattutto se confrontato con Inside Out, nella sua ricchezza tematica e i suoi risvolti psicologici tutt’altro che superficiali, Il viaggio di Arlo è una pellicola che riporta la Pixar ad altezza bambino, con uno script semplice semplice, talvolta un po’ raffazzonato, costruito sul più classico dei percorsi formativi da film per l’infanzia: l’avventura, il viaggio, esplorativo ma anche interiore, come metafora della crescita, della sconfitta delle proprie paure, delle difficoltà nel diventare adulti. Minore quindi, ma non banale. La sceneggiatura risente pesantemente dei problemi produttivi e delle varie riscritture, talvolta sembra non saper dove andare a parare, non riesce ad inventarsi un villain degno di questo nome (gli pterodattili-avvoltoi, inutili) e non azzecca quasi nessun comprimario (tutti abbastanza antipatici a partire dal triceratopo sciamano), ma funziona bene nel delineare la relazione tra i suoi piccoli protagonisti, il docile apatosauro Arlo e l’umano Spot, e riesce infine ad essere struggente nella sequenza del logico e triste addio tra le due specie-famiglie diverse. Se il meccanismo narrativo si inceppa di continuo e stenta a trovare un ritmo convincente, il film vive però della forza delle singole idee, alcune davvero entusiasmanti. Milioni di anni di evoluzione hanno invertito i ruoli tra dinosauri e umani: se i primi hanno sviluppato le loro capacità di sopravvivenza diventando agricoltori (gli apatosauri) e mandriani (i tirannosauri), gli umani sono invece esseri selvaggi e privi di parola, ancora allo stadio primitivo. Come The Martian anche questo film guarda al passato del cinema per dire qualcosa di nuovo sul suo futuro: ecco allora che un film per famiglie sui dinosauri si trasforma inaspettatamente in un western crepuscolare, dalle mille citazioni visive, nel quale il proverbiale viaggio per “tornare a casa” si colora di momenti insolitamente violenti e macabri (la morte non è mai stata così presente ed esplicita in un film Pixar) e la natura diventa un elemento ostile e ben più insidioso dei rudi T-Rex-Cowboy che si scambiano racconti di vita col protagonista attorno al fuoco. Questa scelta narrativa è sottolineata nella messa in scena, che affianca ai protagonisti totalmente realizzati in CGI, con tratti somatici antropomorfizzati e cartooneschi (a partire dal design di Arlo, colorato e fanciullesco) un mondo circostante di impressionante fotorealismo, che mescola riprese dal vero a riproduzioni realizzate al computer. L’esito lascia al contempo sbalorditi per la ricchezza di dettagli e le infinite sfumature cromatiche della fotografia, e spiazzati per l’accostamento tra un mondo assolutamente tangibile e veritiero e i personaggi astratti e fantasiosi.
Pur non possedendo la perfezione e la complessità di altri classici Pixar, Il viaggio di Arlo ci pare in definitiva un’opera curiosa e singolare che mostra come Lasseter e i suoi soci abbiano ancora la stoffa per prendersi qualche rischio e sperimentare: oggigiorno non è poco. In apertura, come sempre, un cortometraggio animato, Sanjay Super Team, che tenta di unire tematiche spirituali alla cultura pop imperante dei supereroi Marvel, senza però convincere o emozionare appieno.

voto_4

Alex Poltronieri
Nasce a Ferrara, vive a Ferrara (e molto probabilmente morirà a Ferrara). Si laurea al Dams di Bologna in "Storia e critica del cinema" nel 2011. Folgorato in giovane età da decine di orripilanti film horror, inizia poi ad appassionarsi anche al cinema "serio", ritenendosi oggi un buon conoscitore del cinema americano classico e moderno. Tra i suoi miti, in ordine sparso: Sydney Pollack, John Cassavetes, François Truffaut, Clint Eastwood, Michael Mann, Fritz Lang, Sam Raimi, Peter Bogdanovich, Billy Wilder, Akira Kurosawa, Dino Risi, Howard Hawks e tanti altri. Oltre a “Il Bel Cinema” collabora con la webzine "Ondacinema" e con le riviste "Cin&media" e "Orfeo Magazine". Nel 2009 si classifica terzo al concorso "Alberto Farassino - Scrivere di cinema".