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(De)formazione generazionale.

Due teenager passeggiano lungo il vialetto che costeggia le classiche case americane di periferia: lui (Keir Gilchrist) prende la mano di lei (Maika Monroe, già vista nel discutibile The Guest) in un gesto più turbato che di premura. La macchina da presa alle spalle coglie il loro meccanico incedere, mentre il controcampo incorniciato da un cielo plumbeo rivela (forse sì, forse no) una sagoma nera, in lontananza, dietro di loro. Confidiamo nella pazienza del lettore per quello che potrebbe definirsi spoiler, ma è l’urgenza che ce lo impone (più avanti si scoprirà il motivo). Sì, perché si tratta dell’ultima sequenza del film, prima che lo schermo diventi nero, prima che nel nostro cervello si stampi l’immaginaria parola FINE.
E l’inizio? Ci porta al 2010, anno in cui David Robert Mitchell fa il suo esordio dietro la macchina da presa con The Myth of the American Sleepover (un tantino sopravvalutato per chi scrive), coming of age in cui si guardava al passato con nostalgia, tanto che la felicità risiedeva, forse, nelle cotte adolescenziali per i più cresciuti, nelle ragazze idealizzate viste solo una volta al supermercato mentre il futuro poteva significare sbarazzarsi il prima possibile del fardello della verginità. E ciò che più colpisce è il repentino cambio di registro apportato dal regista, incursione nel genere a parte, in questa sua seconda opera: qui il passato ritorna come una maledizione, in grado di cancellare l’avvenire di una generazione tutta. La malcapitata Jay infatti, vittima di una presenza demoniaca che la segue, camminando incessantemente, dopo un rapporto sessuale consumato con un suo coetaneo, è il simbolo di una giovane classe media americana annoiata e che ha smarrito la bussola, quella figlia dei sobborghi: anonimi, vagamente inquietanti, ma anche ben curati e non curanti dei problemi che vengono lasciati all’esterno.

Mitchell è bravo nel portare avanti parallelamente due discorsi, uno sulla sessualità e l’altro sulla differenza di classe. Nel primo caso rispolvera la logica che fece la fortuna di capisaldi del genere come Halloween – La notte delle streghe e Nightmare: le vergini sopravvivono mentre le sgualdrine vengono selvaggiamente trucidate (qualcuno ha letto il film come metafora della paura del contagio da HIV, ma non propendiamo per quest’ipotesi che ci sembra azzardata: la consapevolezza della trasmissibilità esorcizza l’incombenza della malattia?), non cadendo però in una logica bigotto-reazionaria di stigmatizzazione dell’amplesso, che viene visto piuttosto come scorciatoia usata dalle giovani generazioni smarrite e abuliche nella speranza di costruire relazioni umane significative.

Nel secondo invece, condanna fermamente la netta e patologica separazione di possibilità che l’America offre ai suoi cittadini. I giovani protagonisti del film sono tutti figli, soli, della borghesia trasferitasi in periferia, alla larga dai bassifondi pervasivi delle città moderne. Non è un caso che, come già succedeva nel primo film del regista, le inquadrature sempre fugaci in cui compaiono personaggi over 30 (escludendo le sembianze assunte dall’it del titolo) si contino sulle dita di una mano. E le personificazioni stesse del mostro riguardano sempre figure al margine della società: anziani che sembrano usciti da qualche ospedale psichiatrico, prostitute e tossicodipendenti. Quelle stesse figure che, prima della nostra compassione, suscitano il nostro disgusto e quello degli adulti, mai presenti ed evocati solamente nei discorsi dei figli (ad un certo punto il giovane Paul, parla di come sua madre gli intimasse di stare alla larga da una fatiscente scuola del loro vecchio quartiere, teatro poi dello scontro finale, un po’ confuso per la verità, con il mostro). E per corroborare tutto questo, Mitchell mette in scena la storia in un set che ricorda vagamente una città come Detroit, epitome della decadenza del sogno americano (il film è stato girato sulle sponde del Lago Michigan, quindi non lontano dall’ex città dell’auto).

Torniamo però all’inizio, cioè alla fine. Appurato il netto cambio di vedute del regista e il suo spostarsi verso il genere horror, sintomo di un pessimismo difficile da scalfire, proprio grazie al finale il film è in grado di far ragionare su un aspetto altrettanto arduo da scardinare: l’amore. Proprio l’ultima sequenza richiama alla mente un topos caro alla letteratura anglosassone, dal Paradiso Perduto di Milton (lì Adamo ed Eva, scacciati dall’Eden, si apprestavano a passi incerti, mano nella mano, ad affrontare un mondo sconosciuto, tuttavia carichi di speranza), passando per Dover Beach di Matthew Arnold fino ad arrivare alla settima arte, con pellicole a noi più vicine. In Solo gli amanti sopravvivono di Jim Jarmush (quello sì girato nella fantasmatica Detroit) i protagonisti Adam e Eve trovavano riparo nel loro eterno amore, in grado di resistere a un mondo senza più anima; oppure come nel recentissimo Vizio di forma, nel quale Doc Sportello e la sua ragazza passeggiavano in riva al mare dando per buona un’America lisergica e nonsense. Mitchell utilizza questo tema universale, alla base anche del suo precedente film, ribaltando la prospettiva: amore come ancora di salvezza, non per fronteggiare l’ignoto in divenire ma per sfuggire, anche solo per poco, a un ben conoscibile e ineluttabile fantasma del passato.

Ma pur sempre di genere stiamo parlando ed è qui che tutta la maturità registica di Mitchell merita gli onori tributatigli. Accompagnato dalla notevole colonna sonora di Richard Vreeland, in arte Disasterpeace, che fin dalla prima sequenza, da brividi – una ragazza in déshabillé fugge da un “qualcosa” sotto gli occhi di un’incredula vicina – punteggia tutto il film, fonde alla perfezione il genere horror col racconto di (de)formazione trattando l’amore come necessità e sacrificio – Paul, da sempre innamorato di Jay, accetta di condividere con lei il suo fardello – più che come sentimento di apertura alla vita. Raymond Carver si chiedeva di che cosa parliamo quando parliamo d’amore (vedere il recente Birdman per farsene un’idea), grazie anche al cinema di genere forse è lecito dire che quando parliamo di altro in realtà parliamo d’amore, seppur eternamente accompagnato dal gesto di guardarsi alle spalle, come Orfeo, per tenere d’occhio un Ade a cui è (forse) impossibile sfuggire.

voto_4

 

Matteo Catalani
Il cinema l’ha sempre accompagnato (ricorda ancora i pomeriggi passati davanti ai DVD dello zio in compagnia di Terrence Malick e Michael Mann, per poi scoprire come tenere la penna in mano grazie a Glengarry Glen Ross e ai film di Wilder) dirottandolo verso un’(in)felice carriera umanistica a discapito di un futuro scientifico già per lui preconfezionato. Ama lo storytelling in tutte le sue forme, che cerca di far sue con abnorme fatica. In attesa di svegliarsi un giorno avendo già nel cassetto un esordio alla Zadie Smith, o di venir selezionato come point guard titolare dai Portland Trail Blazers, trascorre i suoi indolenti pomeriggi guardando film e tentando di mettere ordine nei suoi pensieri (e nella sua vita). Con “Il Bel Cinema” è alla sua prima esperienza in un sito specializzato.