LA NOBILE ARTE (I MOSTRI)

LA NOBILE ARTE (I MOSTRI)

 

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L’amara parabola del Boom.

La nobile arte è un episodio del celebre film I mostri, diretto da Dino Risi nel 1963. In questa breve storia, Risi ci mostra, con grande lucidità e ironia amara, l’Italia del boom economico, dove la boxe, più che uno sport, diventa metafora di una società cinica, crudele e senza scrupoli. Protagonisti sono due giganti del cinema italiano: Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. Il primo è Artemio Altidori, un pugile suonato ormai ritiratosi, il secondo è Aristide Guarnacci, un ex pugile diventato un arrangione. Uno di quei personaggi disperati che tirano a campare sfruttando gente disposta a salire sul ring pur di guadagnare qualcosa, o alla ricerca di un quarto d’ora di celebrità. Il cuore della storia è molto semplice, ma racconta tanto. Tognazzi convince Gassman, ormai distrutto nella mente e nel fisico dai troppi colpi presi sul ring, a tornare a combattere. Non lo fa per aiutarlo a riscattarsi, ma solo perché ha bisogno di un pugile che vada giù facile in uno di quei piccoli match dove si scommette più sulla sconfitta che sulla vittoria. È una vera e propria truffa, una messa in scena in cui il pugile viene trattato come carne da macello, un corpo da vendere in cambio di pochi soldi. E Altidori, ingenuo e ancora legato ai sogni del passato, accetta. La regia di Dino Risi è di una precisione straordinaria. In appena 18 minuti riesce a costruire un’atmosfera carica di tensione, ironia e tristezza. Ogni inquadratura è pensata per raccontare la miseria e la disillusione dei personaggi. Non c’è bisogno di grandi spiegazioni o discorsi: bastano gli ambienti, i volti, i silenzi, i piccoli dettagli per capire tutto. Risi dirige con uno stile asciutto ma profondamente umano, senza mai cadere nella retorica o nel melodramma. La forza dell’episodio sta anche nella straordinaria performance dei suoi due grandi interpreti. L’Altinori di Gassman, con il suo volto segnato e lo sguardo spento, riesce a rendere perfettamente l’idea di un uomo ormai finito, che però ancora si illude di poter tornare quello di una volta. Tognazzi, invece, è spietato e tragico al tempo stesso. Il suo Aristide Guarnacci fa anche ridere per quanto è patetico, ma incarna in modo perfetto il cinismo di una società dove conta solo il profitto, dove anche l’amicizia è una moneta di scambio. E’ uno dei ritratti più amari e umani del cinema italiano, un povero cristo che cerca di sbarcare il lunario proprio in quell’ambiente, la boxe, che gli ha rovinato la vita. Come in una tragica coazione a ripetere, un destino dal quale non può più fuggire. Non è un cinico, è uno sfruttatore sfruttato, vittima anche lui di un sistema spietato che lo ha messo all’angolo. La disperazione lo costringe a vendersi persino l’unica cosa preziosa che gli è rimasta, l’amicizia. Così, pur sapendo di tradirla, convince l’amico suonato a tornare sul ring solo per farlo perdere e guadagnarci qualcosa. È un gesto meschino, ma anche profondamente tragico. Non c’è cattiveria, solo sopravvivenza. Guarnacci rappresenta quell’Italia del boom economico dove chi non riesce a correre viene calpestato, e dove la legge è quella della giungla: o mangi, o vieni mangiato. L’amicizia, soprattutto quella tra perdenti, non può reggere in una realtà senza vie d’uscita, dove anche i sentimenti hanno un prezzo. Non c’è nulla di nobile in quello che vediamo. La boxe è anche questo, un mercato dove il corpo umano si vende e si consuma. Il titolo stesso, “La nobile arte”, è profondamente ironico. Sul ring ci vanno i poveri, i disperati, mentre fuori ci sono quelli che li usano, che scommettono su di loro, e che, dopo averci guadagnato sopra, li abbandonano una volta a terra ko. Proprio come succedeva, e succede ancora, in tante parti del mondo. Sfruttamento, illusioni, falsi miti di riscatto. Sarà il finale, di una delicatezza struggente, con i due, ormai fuori da tutto, che giocano sulla spiaggia con un aquilone, a disvelare allo spettatore ogni verità. Altinori, oramai ridotto sulla sedia a rotelle proprio da quell’ultimo match cui non si è voluto sottrarre, e Guarnacci, suo involontario carnefice, sembrano tornati bambini, liberi per un attimo da quella realtà crudele che li ha schiacciati. È un’immagine di rara poesia, che racconta la verità più dura, quella di un mondo dove non c’è posto per la fragilità degli adulti, e l’unico spazio di libertà possibile è quello del gioco, dell’infanzia, lontano dalle regole spietate dei “grandi”. Come tutte le opere d’arte degne di questo nome, anche La nobile arte è senza tempo e senza spazio, universale, finchè l’Uomo sarà quello che abbiamo visto essere fino ad oggi.

voto_5

Autore

  • Danilo Amione

    Danilo Amione, storico e critico del cinema, è stato docente di Storia del cinema e del video presso l'Accademia di Belle Arti "Mediterranea" di Ragusa. Ha partecipato a convegni e dibattiti su film e autori, ed ha scritto per numerosi giornali e riviste cartacee e online, quali La Sicilia, Pagine dal Sud, Asud'europa, Sipario, Primafila, Inscenaonline, Cinemasessanta, Diari di Cineclub, Together, Ciao cinema, Rapporto confidenziale, Carte di cinema, Articolo 21. Nel 2023, ha pubblicato il saggio "L'occhio moltiplicatore del cinema", Mimesis Edizioni, collana Mimesis cinema, Milano.

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