Una riflessione sull’accettazione della morte.
New York, la scrittrice di successo Ingrid Parker (Julianne Moore) viene a conoscenza che l’amica di vecchia data e autorevole reporter di guerra Martha Hunt (Tilda Swinton) è malata terminale di cancro. Non volendo continuare a sottoporsi alle cure ospedaliere e volendo scegliere lei stessa il modo in cui andarsene, Martha chiede all’amica di accompagnarla in una casa fuori città prima dell’inevitabile destino.
Presentato in anteprima alla 81esima mostra del cinema di Venezia dove ha vinto il Leone d’Oro come miglior film, La stanza accanto è il ventiquattresimo lungometraggio nella filmografia di Pedro Almodovar, giunge a tre anni di distanza da Madres Paralelas ed è basato sul romanzo Attraverso la vita della scrittrice americana Sigrid Nunez, pubblicato nel 2020.
Una delle prime sensazioni che si hanno nel vedere un film come La stanza accanto è quella di un’opera che non pare abbia bisogno di aggiungere altro a quello che racconta e a come lo racconta, per il modo in cui procede in un lavoro di sottrazione e di semplicità delle sue parti che sorprende, e non poco. Un’abilità che può essere acquisita o meglio conquistata da autori navigati, quella di potersi permettere di dire tanto facendo poco, di non strafare e di realizzare un film composto, tenue e limpido nella sua chiarezza narrativa e anche nell’approccio registico.
Almodovar compone infatti un dramma delicato ed elegante e che, davvero, scorre da solo nella sua “facile” profondità. Il regista spagnolo aggira totalmente ogni tipo di retorica che la trama poteva presentare, annulla qualunque giudizio di natura etica o morale e mette in scena con calore e garbo un racconto che è semplicemente, chiaramente, una riflessione calma sull’accettazione della morte.
Parrebbe poco ma non lo è. Il rischio con La stanza accanto era di cadere nel cliché e girare un film che portasse con sé il messaggio di un trionfo della vita, dell’esistenza che va avanti. Non è così, nel lavoro del regista spagnolo c’è il giusto senso di tristezza, di rabbia, di frustrazione: e soprattutto c’è il dignitoso viaggio di due donne attraverso la consapevolezza che la fine è inevitabile, ma può essere decisa e accompagnata nel modo più giusto, quello che il proprio cuore può desiderare. C’è qualcosa di teatrale nella composizione in La stanza accanto, laddove ogni macro-luogo del film somiglia a un set e dove il palcoscenico principale è rappresentato dalla lussuosa casa nei boschi pronta a diventare luogo dell’anima e di rifugio per le due protagoniste.
Come è altrettanto chiaro, un film basato sul rapporto d’amicizia profondo e spirituale tra due donne poteva funzionare solo con una coppia di protagoniste straordinarie. Julianne Moore e Tilda Swinton, dirette in modo impeccabile, non sbagliano un’espressione o un singolo momento e restituiscono due personaggi assolutamente credibili nelle loro fragilità. Ingrid, scrittrice di fama impaurita dalla morte che dovrà però imparare ad affrontarla; e Martha, giornalista e reporter di conflitti bellici che con tutta la libertà possibile sceglie come combattere la sua guerra personale. Davvero: basta questo in La stanza accanto, un film forte ma delicato, che ha bisogno di poco per restare dentro il solco che traccia e far dimenticare anche alcune piccolissime imperfezioni (il personaggio di Turturro, per quanto non fastidioso, sembra quasi di troppo rispetto al duo Moore-Swinton) che non intaccano il sentimento che lascia nello spettatore.

