Sign In

Lost Password

Sign In

LP foto1

Il nuovo film di un regista di culto.

40 milioni di budget e flop ai botteghini, nonostante il tentativo di risfruttarlo dopo le tre candidature agli Oscar, per l’ultimo film di un regista che gode di un culto smisurato tra i cinefili rendendolo praticamente un intoccabile, miracolato più dei suoi maestri, come mostra l’accoglienza critica unanimamente positiva sia in patria che qui in Italia. Licorice Pizza non poteva avere altro destino se si pensa che la prima star (Sean Penn) comprare dopo un’ora dall’inizio e i due protagonisti sono degli esordienti ed è difficilmente incasellabile anche come genere (coming of age? commedia? film romantico?). Lo sprezzo della logica commerciale da parte di un autore che usa i capitali di una major come la MGM per dare corpo alla sua visione, senza cavalcare alcun trend se non quello del film ambientato nel passato (quindi il paragone obbligatoriamente fatto da tutti con C’era una volta a… Hollywood, un trend, come si nota, già tramontato. E lì almeno c’erano star e si faceva a botte). Oltre ad un titolo che non ha alcuna risonanza nel pubblico (Licorice Pizza è una catena di negozi di dischi che nel film non compare), ma solo nel suo autore (evocante il periodo messo in scena).

Licorice Pizza è il terzo film in cui PTA si confronta con gli anni ’70 e a pensarli tutti e tre insieme si capisce come quel decennio, per un regista così restìo al confrontarsi con la contemporaneità (l’ultimo ambientato al presente è Ubriaco d’amore), rappresenti l’inizio dell’incubo nella storia e nell’ideologia americana. Boogie Nights si concentrava sull’industria del porno perché in essa si vedeva l’ultima utopia di industria cinematografica libera e selvaggia prima che venisse serializzata per l’home video e sciupata dal diffondersi dell’AIDS: una sacca di resistenza ad un cinema mainstream stupido ed asettico ben sintetizzato dai titoli sciorinati da Gary nella sequenza iniziale di Licorice Pizza. Il pynchoniano Vizio di forma mostrava gli USA dominati dal sostituirsi dell’utopia hippie all’avvento della paranoia. Tutto questo offre delle chiavi di lettura a Licorice Pizza: il mondo degli adulti è pieno di isterici (Bradley Cooper nel ruolo di una vita che meriterebbe un film a parte), star narcisiste che vivono slegate da qualsiasi contatto col presente (Sean Penn) e politici che alimentano solo i loro interessi privati (Benny Safdie). Recensendo The Master, Geoffrey O’Brien ha scritto che i personaggi di PTA sono dei disconnessi in cui solamente il “tenersi freneticamente occupati può allontanare il senso di vuoto in agguato”, e questo isterismo si riversa anche sulla coppia protagonista. La magnetica Alana incarna ancora la rabbia e la speranza di cambiare le cose, sia nel suo privato che nel mondo circostante. Gary, invece, porta già con sé i tratti tipici dell’uomo d’affari del decennio successivo, monetizzando la stupidità verso il consumo scellerato di prodotti frivoli. E il legame tra l’utopia dei ’60 e il capitalismo edonista degli ’80 è sottolineato ancora di più dal cameo del padre di Leonardo DiCaprio, che per vendere i propri materassi ad acqua usa un lessico rubato dalla controcultura hippie (con frasi come “Can you dig it?” “Don’t be a square“) slegato dal suo senso originario.

Scellerate, purtroppo, sono state anche le critiche dagli esponenti del politically correct d’oltreoceano. Ci sembra ovvio che, con un simile campionario umano, gli adulti riducano Alana a stereotipo (l’anziana che le dice che ha un naso molto ebreo) e il cafone arricchito che sfrutta la moda del cibo giapponese non può che essere un razzista e la sceneggiatura non gli fa sconti rendendolo volutamente ridicolo. In più, in un film in cui la tensione erotica è costante tra i due protagonisti e che sfocia in un finale quasi liberatorio, PTA spende due ore facendoci innamorare di loro e rompendo qualsiasi barriera di età ed etnia. Le accuse di pedofilia ci sembrano francamente esagerate in un’opera in cui Anderson riesce a delineare una dinamica del desiderio così stratificata. Piuttosto, in linea con quanto detto e con la visione del regista degli anni ’70, l’happy ending è solo apparente: Alana dopo l’ennesima delusione ritornerà nei ranghi e smetterà di avere degli ideali, e Gary dopo i flipper penserà ad un altro modo per fare sempre più soldi vendendo l’ennesima stronzata.

voto_4

Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.