NA HONG-JIN A FIRENZE IN MARZO: UN PROFILO D’AUTORE

NA HONG-JIN A FIRENZE IN MARZO: UN PROFILO D’AUTORE

The Chaser foto1

Na Hong-jin ospite d’onore della 23ma edizione del Florence Korea Film Fest.

Nonostante manchi dal grande schermo da ben nove anni e abbia realizzato solo tre film, con un quarto – l’attesissimo Hope – che dovrebbe uscire entro la fine del 2025, è considerato uno degli autori di punta e di maggior talento del cinema sudcoreano. Stiamo parlando di Na Hong-jin, il regista di film di culto come The Chaser, The Yellow Sea e The Wailing, tra gli ospiti della 23ma edizione del Florence Korea Film Fest (a Firenze dal 20 al 29 marzo) che lo omaggia con una retrospettiva completa dei suoi lungometraggi e una masterclass che lo vedrà protagonista mercoledì 26 marzo al cinema La Compagnia.

Era il 2016 quando The Wailing, il suo ultimo film, veniva presentato a Cannes. Negli ultimi anni avevamo perso le sue tracce, ma aspettavamo con trepidazione un suo nuovo lavoro che adesso, finalmente, sembra essere in dirittura d’arrivo (siamo alla fase di post-produzione). Scritto e diretto da Na Hong-jin, Hope è infatti una produzione a livello internazionale che annovera nel cast Alicia Vikander, Taylor Russell, Michael Fassbender e Hwang Jung-min. Due anni fa, per ingannare l’attesa, era uscito Faith (si trova facilmente su YouTube), un esplosivo e virtuosistico cortometraggio diretto da Na, prodotto dalla Samsung e girato con un Galaxy S23 Ultra.

Nato a Seul nel 1974, Na Hong-jin è un autore poco prolifico, con appena tre lungometraggi in dodici anni di attività (che diventeranno quattro col nuovo lavoro nell’arco di vent’anni di carriera). La genesi e la gestazione dei suoi film sono piuttosto lunghe e articolate, a partire dal lavoro in fase di scrittura che lo vede sempre coinvolto in prima persona, in quanto autore del soggetto e della sceneggiatura di tutti i suoi lavori. Apprezzato dal Festival di Cannes, dove ha presentato tutti i suoi film, Na è autore di un cinema di genere totale e senza compromessi, con un approccio rigoroso e quasi sperimentale nella rielaborazione degli archetipi del thriller, del noir e soprattutto dell’horror che si affaccia prepotentemente in The Wailing, il suo terzo film.

The Chaser, il suo lungo d’esordio campione d’incassi in patria nel 2008, prende ispirazione da un fatto di cronaca nera, la macabra vicenda di Yoo Young-chul, serial killer reo confesso di una ventina di omicidi, in gran parte prostitute e persone anziane, seviziate e torturate prima di essere uccise. Si tratta di un thriller oscuro e pessimista, che contiene già in nuce la poetica e l’estetica che il regista avrà modo di portare avanti nei suoi lavori successivi, ancor più complessi e ambiziosi. Forte di uno script di ferro, l’opera di debutto di Na è ineccepibile dal punto di vista tecnico ed è contraddistinta da un ritmo teso e serrato, con diverse scene d’inseguimento per le vie notturne di Seul, contraddistinte da un perenne e costante sali-scendi, che rendono l’azione più affannosa e concitata. Il protagonista è un antieroe, un ex poliziotto passato dall’altro lato della barricata, divenuto un cinico e disilluso pappone. Un personaggio per cui si fa fatica a parteggiare, almeno all’inizio, ma a cui verrà concesso un percorso di redenzione, dopo una dolorosa presa di coscienza di sé e del tragico effetto scaturito dalle sue azioni, tramite l’incontro con una bambina, vittima innocente di una società malsana, cinica e indifferente. In The Chaser non mancano alcuni, brevi e inaspettati, siparietti ironici e grotteschi per descrivere la totale inefficienza delle forze dell’ordine e la goffaggine delle autorità politiche, elementi che ritroveremo anche nei film successivi.

The Yellow Sea foto1

Due anni dopo in The Yellow Sea ritornano in scena i due interpreti principali del film precedente, gli ottimi Ha Jung-woo e Kim Yoon-seok, chiamati adesso a scambiarsi i ruoli: il serial killer si cala nei panni del personaggio sfortunato con cui empatizzare mentre l’ex poliziotto si trasforma in un feroce e brutale malvivente. Una geniale e inaspettata inversione dei ruoli, volta a sottolineare quanto sia labile, precario e nebuloso il confine che separa il bene dal male, la luce dalle tenebre, in un mondo dominato dall’homo homini lupus. È palese che Na Hong-jin non riponga una gran fiducia nell’uomo e nell’animo umano e sembri averne ancor meno nelle istituzioni, viste come inadeguate, corrotte e claudicanti, volte a proteggere se stesse invece di interessarsi al bene della collettività, elementi peraltro ricorrenti nel cinema sudcoreano del nuovo millennio. Dopo l’enorme successo del film precedente, Na alza il tiro e costruisce un thriller complesso e ambizioso, dal minutaggio importante (157 minuti, ridotti poi a 140 per la versione internazionale). Come già accaduto ad alcuni suoi illustri colleghi anche per Na arrivano puntuali le immancabili sirene hollywoodiane, con la Warner intenzionata a trarre un remake da The Chaser e la 20th Century Fox pronta a investire capitali nella sua secondo opera. Investimenti economici che saranno poi ben visibili sullo schermo, soprattutto nella seconda parte del film dominata da una serie infinita di inseguimenti a rotta di collo, con tanto di incidenti catastrofici in cui sono coinvolti decine e decine di veicoli – compreso un enorme camion – che rimandano inevitabilmente alla grandeur e alla spettacolarità del cinema americano.

The Yellow Sea è un noir disperato e dolente, violento e spietato quanto il film precedente, con un’ambientazione iniziale piuttosto insolita e inusuale. Il protagonista, Gu-nam, è un tassista sino-coreano (un joseonjok maltrattato dai cinesi e malvisto dai coreani) di Yanji, città della Cina situata nella provincia dello Jilin, all’interno della prefettura autonoma coreana di Yanbian, quasi un non-luogo mesto e desolato al confine con Russia e Corea del Nord. Il regista si prende tutto il tempo necessario per dipanare l’intreccio per poi arrivare alla sequenza, tesa e dal sapore hitchcockiano, dell’omicidio commissionato a Gu-nam, dove niente va come previsto e da cui si scatena una gigantesca caccia all’uomo nei suoi confronti, braccato dalla polizia, al solito goffa e impreparata, e dalla criminalità organizzata che combatte sempre all’arma bianca, con l’uso di coltelli, martelli e addirittura, in una delle scene più cruente ma al contempo non prive d’ironia, con ossi di manzo. Diviso in quattro capitoli, che sottolineano la sfortunata parabola del protagonista, The Yellow Sea è un thriller dalla struttura narrativa composita, abbastanza riuscito sebbene un po’ confuso e sbilanciato, meno robusto e compatto rispetto a The Chaser.

The wailing foto1

Sei anni dopo con Goksung (The Wailing), Na cambia genere, virando verso l’horror puro. Il regista sembra divertirsi a disattendere le aspettative del pubblico, ribaltando più volte i ruoli dei suoi personaggi. Il talentuoso cineasta sudcoreano non teme di confrontarsi con gli archetipi del cinema horror, si inerpica sui territori impervi, scivolosi e abusatissimi della possessione demoniaca, contaminandola con usi e costumi orientali. L’incredibile furore e l’impressionante potenza visiva sprigionata dalla sequenza del rito sciamanico, spinto al limite, fino all’esasperazione, lascia senza fiato e costituisce un tour de force per lo spettatore. L’atmosfera è plumbea, il perturbante si annida ovunque, anche nei dettagli più piccoli e all’apparenza insignificanti. Il crescendo narrativo, sapiente e inesorabile, e la progressione drammatica degli eventi turbano e spiazzano il pubblico, mettendolo a disagio e privandolo di punti di riferimento a cui aggrapparsi. Si arriva ai titoli di coda con più di un quesito irrisolto a causa di un epilogo sibillino, dove irrompono temi tipici della tradizione cattolica, come il libero arbitrio secondo cui ogni individuo è libero di scegliere tra il Bene e il Male, nonostante sulla scena faccia capolino una potenziale e misteriosa figura salvifica. È interessante notare come al centro della vicenda resti sempre l’uomo, nella figura del poliziotto inetto e impacciato, protagonista di un angosciante melodramma familiare che fornisce nuovi interrogativi: fino a dove siamo disposti a spingerci per salvare e preservare la nostra famiglia, siamo pronti a resistere al male non abboccando al suo amo seducente e mortale?

Na Hong-jin assembla un’opera lucida e spietata, anomala e bizzarra, ricca di colpi di scena, unica nel suo genere, o meglio nella sperimentazione dei generi più disparati, prendendosi rischi non da poco ma riuscendo in modo quasi miracoloso a rimanere tesa e coesa fino all’amaro, nerissimo e disperato epilogo.

Dopo tre pellicole di tale livello, divenute di culto presso gli appassionati del cinema di genere, attendiamo con interesse e curiosità il prossimo progetto di Na Hong-jin, confidando nelle sue doti e nella sua capacità di sorprenderci ancora.

Autore

  • Boris Schumacher

    Appassionato di cinema da che ne ha memoria, ha studiato Storia e Critica del Cinema a Firenze dove vive tuttora. Folgorato dal genio creativo di Stanley Kubrick e di Orson Welles, si autodefinisce un malato di cinema più che un cinefilo. Vero e proprio onnivoro, vede di tutto, dal cinema d’autore a quello di genere con un particolare occhio di riguardo verso l’horror e il thriller. Adora il cinema orientale, in particolare quello coreano, il cinema d’animazione (stravede per la Pixar e lo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki e Isao Takahata) e qualche anno fa è rimasto ipnotizzato e folgorato dalle opere del cineasta ungherese Béla Tarr. Scrive anche su Taxi Drivers, web magazine di cinema e cultura e Orizzonti di Gloria – La sfida del cinema di qualità. In passato ha collaborato con Cinemonitor e FilmVillage mentre su MyMovies ha pubblicato un approfondimento sulla serialità statunitense. All'inizio del 2012 ha creato Lost in Movieland, pagina facebook dedicata alla Settima Arte.

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