
Il vantaggio del primo colpo.
Per un lavoro come NAZA appare quasi impossibile bonificare l’orizzonte delle attese: il paratesto parla infatti di un’opera inserita all’ultimo nel Concorso veneziano, accolta dal pubblico del festival con 25 minuti di applausi, premiata (anche se non con uno dei premi maggiori) e annunciata in pompa magna come evento di tre giorni a poca distanza dalla première lidense e, cosa più importante, come il film destinato a smascherare l’azione delle forze israeliane nella tragedia di Gaza.
La sequenza appare poco casuale, pur muovendosi nel solco di un marketing aggressivo e che sa il fatto suo. Con la sua autorevolezza il Guardian, che ha prodotto il film, garantisce sulla bontà dell’inchiesta che ne è a fondamento e sulla verifica dell’identità dei testimoni, protetta tramite strumenti di intelligenza artificiale. In questa maniera si crea un’asimmetria della quale si deve tenere conto nella ricezione del film: le accuse contro i metodi di mass killings dell’IDF arrivano al pubblico prima che le contestazioni e i necessari elementi di contesto possano raggiungerlo, salvo un suo specifico interessamento.
La logica appare singolarmente simile a quella di certa infowar: prima colpire (in psicologia si parla di primacy effect), poi nel caso attendere le repliche che, per forza di cose, possono giungere soltanto fuori dal dispositivo del film. L’effetto ottenuto è quello di un first strike ben assestato. Si badi: non è affatto detto che questo sia voluto e consapevole e tantomeno che NAZA dica cose false o errate. Ma contribuisce a spiegare perché il frame accusatorio possa imporsi nella mente dello spettatore prima che questo possa davvero dubitare della veridicità e accuratezza delle asserzioni.
Eppure elementi ce ne sarebbero, eccome. Per cominciare: è lecito chiedersi se i 24 testimoni che parlano di notte, sui tetti di una Tel Aviv dove molti sono colti dentro le finestre illuminate delle loro case (facile appiglio hitchcockiano) intenti a farsi i fatti propri, siano davvero in grado di conoscere ciò che affermano. Dato l’anonimato, possiamo sapere che erano nell’esercito, ma non se il loro ruolo li poneva in condizione di capire come funzionava l’apparato che permetteva gli attacchi nella Striscia di Gaza. Nel film la testimonianza non è suffragata da documenti, tantomeno da riscontri indipendenti. Finisce così per apparire come un’interpretazione personale del sistema ed è quasi simbolico in tal senso che le mani degli intervistati traccino incerti disegni dell’interfaccia di Lavender (il programma di classificazione dei potenziali bersagli) e in seguito dei quartieri di Gaza o delle sezioni dei palazzi. Detta in altri termini: anche una verifica rigorosa delle singole testimonianze non basta, da sola, a dimostrare che esse descrivano il funzionamento complessivo del sistema.
Le denunce degli insider non consentono insomma allo spettatore di verificare che ci sia davvero un sistema deliberato e sistematico di uccisione dei civili. Neppure quando un ex militare sostiene di aver visto autorizzare un bersaglio che prevedeva 500 possibili vittime collaterali, un altro parla di 200 e un altro ancora dice che 20 NAZA era una sorta di benchmark, di valore di riferimento. Il Guardian stesso, in un articolo dopo la presentazione del film a firma di Sian Cain e Lorenzo Tondo, si limita ad affermare che quella delle 500 possibili vittime collaterali per singolo attacco è una dichiarazione di una delle fonti, non di un fatto documentato autonomamente. Il contesto probatorio sembra del tutto insufficiente e viene lasciato al libero convincimento del pubblico cosa significhino davvero certi numeri e se gli intervistati riferiscano cose effettivamente osservate, proprie inferenze e persino se ricordino bene. È molto, forse troppo, ciò che il film chiede allo spettatore di assumere sulla fiducia.
Su altri aspetti, però, NAZA funziona. Il film suggerisce continuamente la contemporaneità fra la normalità domestica di persone che cucinano o guardano la televisione (o si limitano a tenerla accesa come sottofondo) e la distruzione che si consuma ad appena una settantina di chilometri di distanza. Il film è persino pudico nel mostrarci Gaza e lo fa soprattutto nel finale, per colpire lo spettatore con qualcosa da ricordare, pur rasentando il ricatto emotivo. Se vogliamo, quella stessa normalità può essere quella di uno spettatore occidentale che, disabituato alla brutalità della guerra da più generazioni di pace, solo con difficoltà può districarsi in questioni di diritto bellico che includono la proporzionalità di vittime civili per scopi militari o la definizione dei crimini di guerra. Persino sulla questione che tanto scalda gli animi sui social, il genocidio, è solo a una precisa domanda di Yuval Abraham che uno dei testimoni risponde di pensare che lo sia: un libero convincimento personale, come tale criticabile o meno.
È verosimile che NAZA non riesca a essere all’altezza delle sue ambizioni sul piano delle prove. Ma come strumento retorico è – sia pure nella forma della predica ai convertiti – di una certa rozza efficacia. Non chiuderà le controversie e ci sembra anche troppo smaliziato. Ma a differenza dell’oleografico Palestina 36 ha delle frecce al suo arco.
