L’horror senza autore.
Adesso che la fregola di parlarne in tempo reale è un po’ passata e c’è stato tempo per pensarci sopra di più (vedendo anche il film una seconda volta), perché il Nosferatu di Robert Eggers continua a essere un pesante fallimento, di quelli cioè che sarà anche difficile riscattare tra qualche lustro con la scusa della rivalutazione alla luce di quanto è venuto dopo (malattia recente di troppa critica)? Direi in primo luogo per la sua magniloquenza. E poi perché esso si può inscrivere con la massima facilità dentro la parabola di un regista disperatamente in cerca d’autore.
Ripercorriamo la carriera di Eggers, ché tanto è breve, per spiegarci meglio. L’esordio del cineasta newyorchese, The VVitch, fa il botto. Per tutti è un horror sui generis nel quale si intravedono potenzialità tali da alimentare subito un’attesa sproporzionata per i passi successivi. Se non c’è da evocare la maledizione di Orson Welles, quella del primo film che oscura tutto il resto, poco ci manca: l’opera seconda, The Lighthouse, scontenta largamente la critica per il suo indigesto calligrafismo (e figuriamoci il pubblico, oltretutto considerando che il film esce solo in streaming durante la pandemia Covid-19). Con The Northman non va molto meglio: Boris Schumacher, recensendolo su questo sito, scrive in modo secco che “Eggers, autore della sceneggiatura assieme al poeta islandese Sjón, vuole strafare e stupire a tutti i costi con la sua epica cruenta e grandguignolesca ispirata a un antico mito scandinavo ripreso poi da William Shakespeare per il suo Amleto”.
La costante, se vogliamo, è la medesima. In entrambi i lavori successivi a The WWitch, il regista americano appare un autore che sente prima di tutto il bisogno di confermarsi, nobilitarsi, stagliarsi e diventare punto cardinale e brand riconoscibile che si posiziona a cavallo tra il fantastico e l’horror. Ma in tutte e due le occasioni questa smania partorisce il classico topolino: in The Lighthouse le vanità intellettuali fiaccano i più disponibili, fan dell’horror o meno, mentre nel lavoro ispirato alla mitologia norrena il turgore dei corpi, le suggestioni pittoriche e i lirismi romantici si elidono a vicenda.
Con Nosferatu, si riparte proprio dallo stesso punto: l’hybris è altissima fin dalla scelta di misurarsi con Murnau e Herzog per dare tono e volume al proprio status d’autore. Ma può bastare la più sommaria delle comparazioni con le precedenti incarnazioni del non morto per smontare l’ambizione. Prendo il film di Herzog, per esempio: una rilettura totalmente originale (mi viene in mente, per dirne solo una, la scena dell’arrivo della nave in porto col suo carico di morte e pestilenza) che esprime senza sforzo l’atteggiamento di un regista che è naturalmente autore, senza bisogno di sfoggi, fuori dalle forzature e dagli echi, capace di meravigliare e avvincere quasi ad ogni sequenza solo con la sua peculiarità di visione.
Non possedendo altrettanta sicurezza e, anzi, contando di trovarla con il suo mix di filologia e stylishness, Eggers si sente in terreno fermo solamente ripercorrendo la mitologia del vampiro con una diligenza che tradisce pressoché a ogni passo l’ansia di non essere attaccabile. Per questa via, si fa in pratica più imitatore che divulgatore (per chi scrive, la divulgazione può essere un merito, oggi): ossia va ad assumere più che altro la compostezza e il sussiego di un retore che sia non solo incapace d’innovare, ma anche (spesso) un po’ legnoso nella compilazione e, purtroppo, prevedibile fino all’estremo nella sostanza.

