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RED ROCKET

RED ROCKET

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Il piccolo grande film di un autore indipendente.

Alla conferenza stampa svoltasi nell’ultimo festival di Cannes, la moderatrice chiede al cast e al regista di Red Rocket il perché dell’ambientazione nel Kansas. Dopo alcuni secondi di smarrimento, questi ultimi fanno presente che il film è girato in Texas. Seguono risate generali e scuse per il lapsus. Questo aneddoto mi sembra rivelare quanto noi europei siamo convinti di capire un paese come gli USA, mentre non vivendolo non ci rendiamo conto che a volte possono nascere problemi di traduzione culturale, come nell’approccio a un paese asiatico. Non è un caso che questa produzione indipendente, distribuita dalla A24 in patria (in Italia nientemeno che dalla Universal), abbia incassato un terzo (seimila euro) di quanto ha totalizzato Occhiali Neri solo nell’ultimo weekend. I motivi sono vari: il film è stato premiato a festival poco prestigiosi, è stato snobbato o peggio stroncato in larga parte dalla critica nostrana, con lancio pubblicitario inesistente e, non ultimo, l’assenza di nomi noti, laddove il successo del precedente film di Baker (Un sogno chiamato Florida) era dato sia da una candidatura agli Oscar sia dalla presenza di Willelm Dafoe. Negli USA se n’è invece parlato, come testimonia la buona accoglienza della critica (87% su Rotten Tomatoes), anche per l’approccio leggero a un tema rischioso da parte di un regista riconosciuto come indipendente e fuori dal sistema (e cinefilo onnivoro).

Red Rocket è il film della maturità di Sean Baker (1), e ribalta la prospettiva del riuscito Starlet (2012) mostrandone l’inevitabile dopo: non una pornoattrice part-time e all’apice della carriera, bensì il corrispettivo maschile sul viale del tramonto e prossimo alla disperazione. Se in Starlet la protagonista diventava amica di una signora anziana per evadere da un lavoro e da una vita alienante, Mikey Saber (protagonista di Red Rocket) non fa altro che pensare al proprio lavoro usando il sesso come arma per sopravvivere, oscillando tra prostituirsi per non pagare l’affitto (gli amplessi con l’ex moglie) e un’occasione per ripartire in grande (i progetti con Strawberry). Non è una critica al porno o una sparata contro Trump (sottofondo quasi costante alle scene casalinghe assieme a varia tv spazzatura): il film cerca di riflettere su come funzioni il capitalismo americano la cui economia mainstream costringe chi ne viene escluso a crearsene una propria, di tipo underground (col sesso) a volte anche lontano dalla legalità (spacciando erba). La scelta di un anti-eroe tutto sommato simpatico, la cui propensione ad essere un loser lo imparenta col Sandler di Uncut Gems e testimonia quanto il contemporaneo abbia e debba avere come punto di riferimento la New Hollywood aggiornata ai tempi, rende questo discorso più digeribile.

Piacciano o meno i suoi film, l’atteggiamento di Sean Baker è ammirevole per essere uno dei pochi registi che ama i personaggi che mette in scena, non giudicandoli dall’alto in basso, ma spingendo a parteggiare per loro. Restituendo allo spettatore quel piacere di essere un altro che Daney contrapponeva al deleterio piacere di essere uno tipico della fruizione televisiva. Può sembrare poco, ma va paragonato al cinismo gratuito della maggior parte dei prodotti per piattaforma (Netflix in testa). Baker è oltretutto una star di Letterboxd (2): anche la sua cinefilia ha qualcosa di sincero, nell’usare il passato del cinema exploitation e del cinema statunitense per farne proprie le forme aggiornandole, con lo scopo di parlare dei lati della realtà che più lo interessano. Oltre alla simpatia che ispira per aver citato Ornella Muti nei ringraziamenti, il motivo per cui in Italia Red Rocket dovrebbe essere apprezzato è anche per la vicinanza a certo nostro cinema del passato: i riferimenti ai film sexy anni 70 sono evidenti sia stilisticamente (certi zoom a schiaffo, centellinati e usati con cognizione) che nel delineare il personaggio di Strawberry, avvicinabile a certe Femi Benussi o Leonora Fani. Una boccata d’aria rispetto al puritanesimo hollywoodiano vedere questa storia tra un uomo adulto manipolatore e narcisista e una diciassettenne descritta senza moralismi o enfasi non richieste spingendo, di nuovo, lo spettatore a trarre le sue conclusioni: lo stesso discorso vale anche per il finale.

La narrazione fa largo uso delle ellissi, gestendo in modo creativo i tempi del montaggio e non facendo calare mai l’attenzione dello spettatore, già affascinato da un protagonista insolito. Anche le scelte musicali sono funzionali, nel dare una dimensione temporale ai personaggi. Gli over 30 ascoltano quasi solo nu metal (3) mentre Strawberry consuma artisti trap: usare un genere fuori moda amplifica ancora di più la vicinanza psicologica al passato. Nel suo non volersi porre né come film d’essai né tantomeno come commedia volgare, ma situandosi in una zona grigia tra le due categorie, l’incommerciabilità di Red Rocket è dettata anche da un attore protagonista (Simon Rex, bravissimo, in patria noto VJ televisivo) da noi legato solo alla saga di Scary Movie (4). Considerando gli scarsi incassi, da noi di film così godibili ne vedremo sempre meno.

(1) Pur non essendo io un suo fan, mi è inevitabile far notare come in questo corpus ci siano delle costanti, dal tema della prostituzione alla ricorrenza di certe soluzioni di sceneggiatura (per esempio, un negozio di Donuts è centrale sia in Tangerine che in Red Rocket). Non escludo che il suo prossimo film possa deludermi.

(2) Il suo account con oltre 78 mila follower: https://letterboxd.com/lilfilm/

(3) Oltre a quelli che ho citato, un altro riferimento italiano: in una scena in macchina con Lonnie, si sente inaspettatamente un brano dei Linea 77 (!). Control dei Puddle of Mudd credo aggiunga un’aria ancora più redneck e deprimente al threesome “platonico” nello strip club.

(4) Salvo Judy Hill comparsa nel documentario di Minervini Che fare quando il mondo è in fiamme?, tutti gli altri attori sono al proprio esordio, altra costante di Baker.

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Davide Vincenti
Campano, studia al DAMS di Roma Tre. Ha un blog personale chiamato A Touch of Cinema, col nome Waxxone (si legge uacsuàn), ha pubblicato su bandcamp un disco chiamato "La Triste Periferia". Crede ancora nella critica come intermediaria tra il cinema e gli spettatori, pluralità di punti di vista e approfondimento. Ama il cinema, ma non sa se definirsi cinefilo. Tra i suoi film preferiti: La Dolce Vita, Sentieri Selvaggi, Ostia, La Strada della Vergogna e Tristana. Dal cinema ha ancora tanto da imparare: per ora prende appunti. Diffida dei cult, degli autoesegeti e delle prose pompose.