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SCOTT PILGRIM VS. THE WORLD

SCOTT PILGRIM VS. THE WORLD

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Il viaggio pop dell’eroe 2.0.

Edgar Wright, già autore dei fortunati L’alba dei morti dementi e Hot Fuzz – primi due capitoli della famosa trilogia del cornetto – nel 2010 porta sul grande schermo la miniserie a fumetti ideata da Bryan Lee O’Malley Scott Pilgrim vs the world nella maniera più azzeccata possibile. Il film, stilisticamente esibito e azzardato, mescola commedia indie sentimentale, coming-of-age, comics, videogioco, musical e sit-com per raccontare le complesse relazioni che regolano i rapporti umani (un po’ come succedeva anche nel primo film della succitata trilogia, in cui la cornice apocalittico-romeriana amplificava tutta l’inadeguatezza del suo protagonista Shaun, soprattutto nella vita di coppia).
Scott Pilgrim vs the world racconta l’educazione sentimentale del sorprendentemente donnaiolo Scott Pilgrim (Michael Cera), insicuro hipster membro di una rock band innamorato di Ramona, (Mary Elizabeth Winstead) e la sua lotta contro i malefici sette ex fidanzati di lei. Nonostante il suo essere volutamente un melange di linguaggi mediali ben conosciuti dalla generazione ritratta – quella dei twenty something – il film si rivela però smaccatamente classico nella sua dimensione narratologica. Si riscontrano tutti gli archetipi fondanti il viaggio dell’eroe, modello narrativo per eccellenza divenuto anche un celebrato manuale di scrittura creativa, e i personaggi che costellano la galassia di Scott Pilgrim (nomen omen: pilgrim in inglese significa pellegrino) tra alleati o pseudotali (vedi la sorella impicciona), avversari e mentori (il coinquilino gay che la sa lunga sulle relazioni) accompagnano questo condottiero 2.0 di un manipolo di antieroi ambiziosi ma insicuri, verso la conquista della terra promessa, che sia essa la fama nel mondo della musica o la donna dei sogni, ma più che altro verso la conquista dell’affermazione di sé.
Wright inoltre ci dice che ciò che ci definisce è il peso delle relazioni che ci portiamo dietro, quali che esse siano. Anche se ormai archiviate, esse lasciano un segno col quale siamo costretti a fare i conti per poter andare avanti. Per questo motivo, Scott Pilgrim non può rimanere sorpreso più di tanto quando si ritrova davanti tutti gli ex di Ramona. Lui stesso è “vittima” di questa logica (è stato mollato da una ragazza divenuta poi una pop star arpia) e la ferita che ne deriva lo ha reso ben più “stronzo” verso l’altro sesso. Le tappe che percorre, volutamente esibite, gli sono necessarie a scrollarsi di dosso tutte le insicurezze derivanti da situazioni interpersonali mal gestite. Ed è qui che si innesta la scelta stilistica del film di sfruttare la dimensione videoludica: più che al fumetto – onomatopea e splitscreen sono all’ordine del giorno – si guarda al videogame con il suo procedere programmatico a blocchi, a livelli, volti a rafforzare la consapevolezza nei nostri mezzi. Così la messa in scena non diventa mai solo mero esercizio di stile, ma forma che si adatta ad un contenuto schematico e complesso al tempo stesso.
Ci troviamo di fronte ad un turbinio di immagini, suoni, ipertesti, ellissi e mondi onirici e straordinari che utilizzano la complessità linguistica per narrare una semplificazione stratificata che altro non è che la vita stessa. Un percorso a blocchi piuttosto lineare, ma inevitabilmente frastagliato e ramificato. La scelta del film di puntare sulla narrazione e sull’estetica da videogioco è vincente anche nel presentare i personaggi. Ognuno di essi viene “etichettato” in modo che lo spettatore/giocatore possa conoscerne in anticipo le caratteristiche. E così in un mondo fatto di avatar virtuali, di stati postati sui social network e di webdipendenza siamo oramai ridotti a un cumulo di specifiche tecniche che non fanno altro che proiettare un’immagine di noi, forse distorta, in tutte le direzioni. I personaggi di Scott Pilgrim vs the world, così come il mondo intero, non devono fare i conti solamente con le necessarie relazioni di cui sono al centro, ma devono anche prestare attenzione all’immagine di sé che mostrano all’esterno. L’opinione che gli altri hanno di noi conta eccome, soprattutto se non siamo all’altezza dell’ex della nostra ragazza (vedi il villain supremo interpretato da Jason Schwartzman, sobillatore degli altri ex di Ramona). Ci sarà sempre qualcuno più ricco, più famoso, più cool o magari “più” vegano di noi (spassosa la sequenza in cui Scott si libera di uno di suoi avversari grazie all’aiuto della polizia che protegge il veganesimo). Ma questo va bene, se non intralcia il percorso – o la lotta se preferite – che compiamo ogni giorno nella conoscenza di noi stessi.
Unico appunto che ci sentiamo di fare al film è quello di essere un tantino ridondante nelle sequenze che vedono Scott affrontare i suoi nemici (sette sono forse eccessivi). Per il resto l’utilizzo della computer grafica è piuttosto giustificato e non si trasforma mai in abuso, regalando anche alcune gemme come la scena in cui il protagonista affronta i gemelli asiatici Katayanagi, prima dello scontro finale. Wright, inoltre, è bravo a non cadere nella trappola della donna ridotta a oggetto che la logica da videogame alla conquista della “principessa” avrebbe potuto presupporre. Ogni dubbio di misoginia viene infatti fugato dalle sequenze in cui si regalano spessore e voce in capitolo al personaggio di Ramona. Diviene infatti non solo oggetto del desiderio, ma anche donna combattente che affronta la sua ex ragazza omosessuale e infine Knives, altra pretendente al cuore di Scott Pilgrim.
Complessità che si fa quindi semplificazione (mai in senso negativo), che si trasforma in classicismo: gustoso, esibito e ammiccante (Scott alla fine dichiara che sente di aver imparato qualcosa da tutta la faccenda) e che sfrutta tutte le chiavi del linguaggio narrativo archetipico in chiave pop e mai banale. Complessità di forma e semplicità d’intenti incastonati in una regia che accelera, sorpassa e quasi mai sbanda, accompagnata anche da una colonna sonora davvero notevole. Una piccola gemma che si merita lo status di cult per la sua capacità di divertire e commuovere. E di questi tempi, conviene crederlo, non è poco.

voto_4

Matteo Catalani
Il cinema l’ha sempre accompagnato (ricorda ancora i pomeriggi passati davanti ai DVD dello zio in compagnia di Terrence Malick e Michael Mann, per poi scoprire come tenere la penna in mano grazie a Glengarry Glen Ross e ai film di Wilder) dirottandolo verso un’(in)felice carriera umanistica a discapito di un futuro scientifico già per lui preconfezionato. Ama lo storytelling in tutte le sue forme, che cerca di far sue con abnorme fatica. In attesa di svegliarsi un giorno avendo già nel cassetto un esordio alla Zadie Smith, o di venir selezionato come point guard titolare dai Portland Trail Blazers, trascorre i suoi indolenti pomeriggi guardando film e tentando di mettere ordine nei suoi pensieri (e nella sua vita). Con “Il Bel Cinema” è alla sua prima esperienza in un sito specializzato.