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Un’opera allusiva sui fili che legano gli individui.

Ars est celare artem, recita il celebre detto latino. L’arte sta nel nascondere l’arte, il trucco, e ci pare che la massima ben si adatti a Sotto le Foglie, ultima fatica di François Ozon, eclettico autore francese dalla carriera ormai trentennale, molte volte capace di brillare ma ultimamente non sempre a fuoco: tanto che i film più recenti prima di questo, Peter Von Kant e Mon Crime, sono passati in sala nella distrazione generale.

Ozon è però regista prolifico e il suo cinema, che appare in grado di dialogare a distanza con gli autori continentali del presente e del passato (da Almodovar a Fassbinder), ha il pregio di costruire storie e personaggi ancorati a una quotidianità che si vorrebbe banale, ma si rivela non di rado più spessa del previsto. In questo senso Sotto le Foglie è forse l’opera più esemplare della sua filmografia. Procedendo per piccoli e mirati quanto poco evidenti tocchi e pennellate, Sotto le Foglie – titolo italiano piuttosto traditore – gioca infatti con le convenzioni della scrittura, spiazza con soavità le aspettative e si trasforma lento in un lavoro ricco in egual modo di misura poetica, dubbio morale ed enigmaticità insospettabili, parente stretto di tanti dei romanzi di Simenon ai quali il regista nelle interviste ha dichiarato di essersi ispirato.

Ozon costruisce una vera e propria ragnatela fin dalle prime inquadrature. Prendiamo la prima sequenza: siamo all’interno della chiesa del paese della Borgogna dove la protagonista Michelle (Hélène Vincent, minimale e perfetta nel ruolo) risiede dopo una vita trascorsa nella capitale. Una lenta carrellata all’indietro conclusa con un primo piano dell’anziana Michelle accompagna la storia, raccontata dal sacerdote, di Gesù e della peccatrice redenta Maria Maddalena. Sapremo più avanti del passato come prostituta di Michelle, ma questa è solo la prima delle prolessi narrative e delle premonizioni che increspano gli avvenimenti e i twist romanzeschi della trama, tra cui spiccano un avvelenamento da funghi e una morte accidentale (che forse è altro). In Sotto le Foglie ci si avventura come se aleggiasse sempre un quid non definito, in una relativa e non specificata opacità, una caligine che intorpidisce la percezione, esattamente come se ci trovassimo dentro la vegetazione del sottobosco dove si concluderà il film. L’effetto, cercato ma costantemente ovattato da notazioni realistiche, è quello di dare luogo a un felice dérangement, a un leggero spaesamento che sposta il punto di osservazione dal presente a qualcosa che, proveniente da un passato poco chiaro, gravita sempre su di esso, disturbando il normale flusso degli eventi.

Questo procedimento discorsivo permette a Ozon di aprire nel plot interrogativi che con gli elementi a disposizione non possono essere superati in un senso o in un altro. Lo spettatore, anche per effetto delle ellissi e dei particolari taciuti, brancola attardato, qualche passo indietro, con la sensazione continua di trovarsi all’oscuro di qualcosa, indotto al sospetto come avviene nel cinema di Hitchcock (riferimento molto presente nelle opere del regista transalpino), soprattutto mai in grado di appollaiarsi in una stabile e conveniente distanza per giudicare quanto avviene. E del resto: è davvero avvenuto qualcosa oltre la semplice lettera di quanto ci è stato mostrato o detto? Gli stessi spunti soprannaturali, le apparizioni del fantasma di Valérie – una Ludivine Sagnier che senza il glamour e la bellezza a cui ci ha abituati incarna una figlia inacidita e rancorosa – non sciolgono l’ambiguità che incombe sulle azioni e sulle motivazioni di Michelle, personaggio liminale, a cui resta impossibile (o moralistico) attribuire una colpa precisa.

Sotto le Foglie non racconta cioè – non in senso classico almeno – neanche quell’ipocrisia della provincia che è al centro delle opere di Chabrol, pronto a palesarla nell’agire dei personaggi o ad additarla tra le righe. Le preoccupazioni del film non sono sociologiche: questo anche se, come notano molti commentatori, c’è lo straniamento di una raffigurazione della vecchiaia che sfugge ai soliti canoni. Di più: pur bordeggiandolo, Ozon non si premura neanche di appuntare il suo discorso sulle questioni morali e sui volti che il male può assumere (cosa che invece si può, anche se solo a tratti, supporre nell’altrettanto magnifico L’uomo nel bosco di Alain Guiraudie).

Sotto le Foglie è invece, come ci dimostra la scena nella quale la poliziotta interroga il nipote di Michelle sulle circostanze della morte di sua madre, un’opera allusiva sui fili indistricabili e occulti che legano gli individui tra di loro, al di là e al di sopra dell’etica e perfino delle convenienze. Perché Lucas nel frangente decisivo mente (se davvero mente)? Indifferenza? Complicità? Calcolo? Altro? Il film non ce lo dice e (perciò?) non si spiega. Sarà pure ovvio dirlo, ma non sono forse così anche tanta parte delle nostre azioni e della nostra vita, imponderabili e senza una precisa spiegazione?

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Autore

  • Denis Zordan

    Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.

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