
I fantasmi di una rock star.
“I fantasmi di Nebraska provenivano dalle strade dove ero cresciuto” – scrive Bruce Springsteen nella sua autobiografia – “La mia famiglia, Dylan, Woody, Hank, i racconti gotici di Flannery O’Connor, i romanzi noir di James M. Cain, la sobria violenza dei film di Terrence Malick, la tetra favola della Morte corre sul fiume, unica regia di Charles Laughton: ecco gli stimoli che guidavano la mia immaginazione.”
A giudicare da quello che si vede in Springsteen: Deliver Me From Nowhere (tratto dal libro omonimo di Warren Zanes), il film uscito nelle nostre sale non va molto più in là di una corretta illustrazione di queste dichiarazioni e del periodo difficile che Springsteen attraversò tra la fine del trionfale quanto sfiancante tour di The River (quasi 140 spettacoli nell’arco di meno di un anno) e la consacrazione planetaria di Born in the USA, uscito solo due anni dopo, nel 1984, nonostante l’invito dei suoi manager e della sua casa discografica a sfruttare l’onda favorevole rilasciando un album di puro e schietto rock’n’roll.
In mezzo, appunto, Nebraska, l’album acustico e aspro di un laconico e sconcertato folk singer, pressoché invendibile sul mercato dell’epoca secondo la CBS. La rockstar che si prende una pausa nella solitudine di una casa in affitto per riflettere su tutto quel successo che gli è piovuto addosso e che non sente suo, incongruo rispetto al mondo working class da cui proviene. Il rapporto difficile e ambivalente con il padre che esce nelle struggenti composizioni di pezzi quali Mansion on the Hill e My Father’s House. Il ricordo ancora fresco della morte di Elvis Presley (malamente risolto: c’è solo una breve battuta che lo ricorda) e il timore di essere travolto dalla stessa incapacità di gestire la pressione. Le paure di un uomo poco più che trentenne già incline a una depressione che solo dopo decenni avrà il coraggio di raccontare sul serio.
Che Scott Cooper non sia mai stato una cima lo dimostra tra gli altri il suo (molto mediocre) ultimo lavoro prima di questo (The Pale Blue Eye – I Delitti di West Point, 2022, un horror prodotto da Netflix e da noi uscito direttamente sulla piattaforma). I tentativi della regia di rendere vibranti le ansie del giovane Bruce si limitano a qualche dialogo teso tra il cantante e il suo produttore e amico Jon Landau, a una corsa in macchina risolta in un testacoda, agli imbarazzi con la ragazza madre che frequenta in quel periodo tormentato. Dove però le cose vanno bene, per fortuna, è nelle interpretazioni. Jeremy Allen White, star di The Bear, sa rendere con tante sfumature (dalla voce, almeno nell’originale, alla prossemica) le perplessità di una stella giunta a un crocevia artistico ed esistenziale. Paul Walter Hauser (Richard Jewell) e Stephen Graham (Adolescence) sanno caratterizzare il tecnico delle chitarre Mike Batlan e il padre di Springsteen con la dovuta intensità. Ma chi fa un lavoro davvero maiuscolo è Jeremy Strong nei panni di Landau: manager, esperto di musica, consigliere attento, tratteggia il produttore di Springsteen come la persona giusta al momento giusto anche nella telefonata con la quale spinge Bruce a chiedere l’aiuto di un professionista per il mal di vivere di cui soffre. Mentre Cooper, che dedica il film a suo padre, indovina un accento convincente almeno nella scena conclusiva: Springsteen dopo uno dei suoi spettacoli trova i genitori ad attenderlo e mamma Adele lo lascia solo con Douglas, il padre con cui non ha saputo trovare il giusto feeling per tutta la sua giovinezza e che adesso, in un istante che sa più di incanto che della fragilità di una precedente scena in un bar, appare per una volta davvero vicino.
