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SUPER

SUPER

Diretto Da: Durata: Con: , , Paese: Anno:

Una parodia schizoide del genere supereroistico.

Non un film tratto da un fumetto, ma una pellicola che riflette sull’influenza dei fumetti nella nostra società. James Gunn, prima del successo planetario del colosso fantascientifico Marvel Guardiani della galassia (egualmente personale e riuscito), dice la sua sul sottogenere “supereroi senza superpoteri”, inaugurato da Mark Millar e John Romita Jr. con la graphic novel Kick-Ass (poi diventata un film di successo diretto da Matthew Vaughn); ovvero, perché una persona “comune” non ha mai avuto l’idea di indossare una calzamaglia e combattere il crimine come nei fumetti o nei film?

Se Kick-Ass azzardava (riuscendoci solo in parte, e sacrificando la portata satirica del fumetto a favore di un ben più facile registro grottesco e spettacolare) una riflessione sulla presenza dei nuovi media all’interno del mondo contemporaneo (il giustiziere che diventa celebre a forza di visualizzazioni su youtube) e il coevo Defendor (sottovalutato), sempre ruotando sugli stessi temi, voleva essere un tenero elogio del loser, Super è invece il riflesso schizoide e inclassificabile delle pellicole sopra citate, la “vera” versione indipendente e senza costrizioni del Kick-Ass di Millar. Per inciso, Gunn esagera, spesso sbaglia, il suo film incappa in palesi cadute di ritmo e stile, non è coeso, è ambiguo, probabilmente reazionario. Senza la capacità di auto-controllarsi e la sagace ironia del suo esordio dietro la macchina da presa, l’horror cronenberghiano-parodico Slither, Gunn frulla tutto il suo corollario di esperienze e influenze, dai fumetti ai film d’animazione di Ralph Bashki all’horror di serie Z (Troma, ovvio), facendo tappa anche nella rom-com alla Judd Apatow. Dio appare in una pozza di vomito, la folgorazione del protagonista avviene tramite la visione di viscidi tentacoli (imparentati agli alieni di Slither?) che gli aprono (letteralmente) il cervello, gli effettacci splatter si sprecano, in tv passano folli serial come quello sul giustiziere religioso “The Holy Avenger” che nemmeno Seth McFarlane potrebbe immaginare. In Super tutto è sopra le righe, e sul filo dell’irritazione, ma forse è questo l’unica via per restituire in maniera sincera e scevra da ogni esaltazione spettacolare, la “follia” intrinseca nel concetto di giustiziere mascherato e supereroe.

Quella di James Gunn, che già aveva tentato di decostruire il genere in The Specials (2000), da lui scritto ma diretto dal mediocre Craig Mazin, sorta di versione demente de Gli Incredibili e di Mistery Men, è l’unica parodia possibile di un filone cinematografico che anche quando ha tentato la carta dell’autoironia ha sempre finito per prendersi sul serio. In Super nulla è gratuito o al servizio del pubblico, ma il più delle volte sgradevole e anormale. Non c’è nulla di esaltante, romantico o avventuroso nelle peripezie del cuoco da tavola calda Frank Darbo (Rainn Wilson), che indossa il rosso costume da “Saetta Purpurea” (Crimson Bolt in originale) per salvare la moglie (Liv Tyler), ex alcolista e tossica, dalle grinfie di un viscido spacciatore (Kevin Bacon) che prima la conquista e poi la sfrutta per il proprio interesse. E’ tutto molto grigio, comune, patetico, e non c’è nessuna redenzione o catarsi nelle gesta da supereroe di Frank, freak e asociale destinato all’abbandono e alla solitudine. La “follia” e la frammentazione dei rapporti sociali della nostra epoca, e degli Usa in particolare, sono ben rappresentati nella “crisi” mentale di Frank e della sua altrettanto pazza aiutante, la commessa del negozio di fumetti Libby (Ellen Page), che indossa il costume di “Saettina” (Boltie) e si abbandona a improvvisi slanci di violenza che riportano alla mente il Cuore Selvaggio di Lynch. Gunn non accondiscende né giustifica le gesta dei suoi personaggi e la loro deriva, semplicemente si limita a compatirli e a raccontarne le peripezie con tenero trasporto, quando magari sarebbe stato necessario uno sguardo più asettico. Secco e brutale nell’uso della violenza e del sangue (basti pensare alla facilità con cui è tolto di mezzo il personaggio di Boltie), il film di Gunn si fa beffe dei topos del film sui “supereroi” indistruttibili o capaci di nascondere la propria identità segreta al mondo intero e nel finale, apparentemente “lieto”, non nasconde un destino solitario, lontano da ogni facile gloria, per il proprio protagonista, intrappolato in un presente costruito su memorie fittizie e colorati disegni appesi al muro di un passato fatto di momenti “epici” e incredibili avventure mai avvenute. Pur con tutti i suoi difetti, eccessi e limiti, una pellicola a suo modo “unica” e struggente nel panorama sempre più standardizzato del cinema supereroistico.

Menzione di merito per l’intero cast, coraggioso e adoperato controparte (a partire da Ellen Page, reduce dal successo del ben più consolatorio Juno), e con le usuali comparsate di attori feticcio cari al regista (Michael Rooker, Gregg Henry, Nathan Fillon, il fratello Sean Gunn), per le musiche di Tyler Bates e l’eclettica colonna sonora che include brani di Cheap Trick, The Icons, Eric Carmen, The Ark, Moneybrother e altri ancora.

voto_3

Alex Poltronieri
Nasce a Ferrara, vive a Ferrara (e molto probabilmente morirà a Ferrara). Si laurea al Dams di Bologna in "Storia e critica del cinema" nel 2011. Folgorato in giovane età da decine di orripilanti film horror, inizia poi ad appassionarsi anche al cinema "serio", ritenendosi oggi un buon conoscitore del cinema americano classico e moderno. Tra i suoi miti, in ordine sparso: Sydney Pollack, John Cassavetes, François Truffaut, Clint Eastwood, Michael Mann, Fritz Lang, Sam Raimi, Peter Bogdanovich, Billy Wilder, Akira Kurosawa, Dino Risi, Howard Hawks e tanti altri. Oltre a “Il Bel Cinema” collabora con la webzine "Ondacinema" e con le riviste "Cin&media" e "Orfeo Magazine". Nel 2009 si classifica terzo al concorso "Alberto Farassino - Scrivere di cinema".