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Senza moralismi e filosofemi.

Tre Amiche si sviluppa sul punto di vista di un narratore onnisciente (il sempre bravissimo Vincent Macaigne) che ben presto scopriremo essere già morto: il racconto di un fantasma con le idee chiare, ma niente affatto rigido o giudicante. L’espediente dell’elemento soprannaturale introdotto nel quotidiano, più che essere l’eredità di film come Viale del Tramonto o American Beauty, pare qui inteso a sabotare, contrappuntandola, la possibilità di restare invischiati nel gorgo del chiacchiericcio sentimentale, di guardare i personaggi dall’alto in basso e di valutarli come le marionette di un gioco di sceneggiatura.

Il nuovo film di Emmanuel Mouret a due anni da Una relazione passeggera sceglie in maniera consapevole di costruire un intreccio ricco di dilemmi per i suoi protagonisti ma di non affondare nel versante filosofico, che farebbe troppo Eric Rohmer, e di non appiattirsi su toni di paradossale e disincantata ironia più prossima, anche se non coincidente, a Woody Allen. I due totem più citati dalla critica vengono cioè tenuti a debita distanza: un conto sono i punti di riferimento (o le citazioni, come quella di Notorious) e un altro l’opportunità di avanzare insieme ai personaggi, nel farsi delle circostanze, come se si trattasse di un ordito casuale.

La cosa più bella e vorrei dire persino consolante di questo ultimo lavoro del regista francese (che alla luce dei suoi precedenti sarebbe però ingenuo definire sorprendente) è infatti che non ci siano tesi precostituite. Nessuna geometria, nessun punto di arrivo di una dimostrazione, tantomeno procedimenti e cliché obbligati, sostituiti casomai da riformulazioni degli stessi problemi a seguito dei cambiamenti sopravvenuti. La morale e la filosofia della vita, senza moralismi e senza filosofemi.

Il cinema è allora libero di fluire in lunghi piani che raccontano la continuità a tratti impervia di vite comuni (le tre amiche sono tre insegnanti) le quali, come tutte le altre ma nel tempo infinitamente più breve dell’opera cinematografica, si confrontano con crucci e impegni troppo più grandi delle emozioni e dei turbamenti che le attraversano: la natura indecifrabile dell’amore e la fine della coppia, la libertà degli individui dentro l’armatura dei ruoli familiari e dei rapporti amicali, con il sovrappiù dei cascami del senso di colpa, dei vicoli ciechi del desiderio, degli imprevedibili colpi di coda del destino che spostano di peso le aspettative. Nelle vicende di Joan, Alice e Rebecca ci sono tutti i contraccolpi della realtà alle azioni, per lo più maldestre, con cui esse tentano di dare forma all’indefinito del loro privato.

Come l’Ozon di Sotto le Foglie che preferisce però lavorare sull’ambiguità dell’individuo, Mouret evidenzia che la vita delle persone, per quanto dimessa o anche apparentemente lieta o malinconica, nasconde nel suo intreccio di situazioni una complessità che non deve essere smascherata, ma solo considerata dalla giusta distanza per farne emergere la filigrana, per toglierle il velo, per far saltare fuori la verità. Solo che, per dirla con Nietzsche, la verità è che la verità cambia di continuo, e la distanza da cui guardare anche: l’unica cosa che rimane uguale è l’umanità (troppo umana, appunto) di chi procede a tentoni, spesso spiazzato da quello che avviene anche se dentro una cornice che, in Tre Amiche, è proprio quella della relazione sempre simile ma sempre mutevole, di amicizia tra le protagoniste.

Tre Amiche, nel suo cheto sviluppo di commedia malinconica che non punta a essere esemplare, mi sembra importante anche perché risponde involontariamente a un’ansia che attraversa molto del cinema contemporaneo, quello più d’autore e anche in misura forse maggiore quello spettacolare ad alto budget: essere memorabile, ultimativo, capace di affrontare il suo destino e in qualche misura rendersene padrone, con questo dimostrando anche una debolezza (talora commovente e poetica, sia chiaro) che è il contrario dell’antifragilità di opere come questa di Mouret. Tre Amiche fa invece capire, fuori da proclami, riti e scongiuri, perché il cinema vivrà qualsiasi siano le minacce del futuro: la fiducia nel racconto dell’umano prevarrà su ogni disaffezione, IA o fine delle narrazioni condivise.

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Autore

  • Denis Zordan

    Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.

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