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UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA

UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA

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La storia non è ancora finita, niente alibi.

L’ultimo lavoro di Roy Andersson, dal chilometrico e beffardo titolo, non ha in definitiva la pretesa di dire cose inedite o di essere esemplare in qualsiasi modo. E questo basta a renderlo simpatico, anziché indispettire, come talvolta avviene con quel cinema d’autore che si prende enormemente sul serio.

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è organizzato come un insieme di comic strip sommariamente legate tra loro, con personaggi che ritornano nelle loro bizzarre caratteristiche e nelle loro buffe pose. Charlie Brown incontra Samuel Beckett e Pieter Bruegel il Vecchio, con una capacità di mescolare cultura alta e popolare che in un regista ormai settantenne risulta piuttosto sorprendente e predispone al buon umore. È questione anche di sintonia, certo, ma un film come questo a suo modo è perfetto per un tempo come questo, in cui al massimo si può rimpiangere la giovinezza e quando le cose avevano un sapore e un calore tutto diverso (la sequenza giustamente celebrata dell’osteria di Lotta la Zoppa), mentre ora non si fa che aspettare la morte in un presente indefinito e spento, uniforme e scettico, attraversato dal caso, dal bisogno di denaro, dai soprassalti della lascivia, dallo scoramento sotterraneo che qua e là affiora in superficie.

È questione di sintonia si diceva, e però non è solo quello. Dentro questo stravagante caleidoscopio, questo apparentemente svagato zibaldone di situazioni da teatro dell’assurdo, fanno capolino momenti che incrinano la prospettiva puramente esistenziale (tutt’al più trafitta da frecciate ai residui di un capitalismo anch’esso a pezzi) e riabbracciano una dimensione che definirei metastorica. La definizione del digitale, usata ampiamente come vettore di significato, toglie di mezzo le distinzioni tra proscenio e fondale e permette una mésaillance tra primo piano e sfondo che convince anche un occhio poco esperto del cinema dell’autore di Canzoni del Secondo Piano e You, the Living. Le due sequenze in cui fa irruzione re Carlo XII di Svezia, alla testa di un vanaglorioso esercito e poi in rotta miseranda, ricordano con vigore che tutte le figur(in)e del film non sono veramente accampate sul nulla, ma su un tessuto di fatti che le disarma definitivamente: vinti, non protagonisti. Per non parlare dell’altra, impareggiabile e minacciosa sequenza, quella del forno crematorio, che potrebbe essere frutto di un incrocio tra Luis Buñuel e Ray Bradbury. Uno spettacolo non è mai senza vittime o feriti. La storia non è ancora alla fine, niente alibi.

A chiusura della sua trilogia, Andersson dosa con grande precisione tutti gli ingredienti. Uno sguardo sulla tristezza della condizione umana che non dimentica né l’ironia né il sarcasmo né – soprattutto – la pietà. Affrontarlo solo con le armi della critica culturale significa però non coglierne il lato più intimo e simpatetico. Ma forse, come finiscono per comprendere Sam e Jonathan, i due commessi viaggiatori, il mondo, oltre a non avere più voglia di ridere, non ne ha neanche di commuoversi.

voto_4

Denis Zordan
Il Matrimonio di Maria Braun di Fassbinder ha mutato un liceale snob e appassionato di letteratura in un cinefilo, diversi lustri fa. Da allora i film sono stati tanti e le folgorazioni moltissime: da Heat di Michael Mann (“Il” film) agli heroic bloodshed di John Woo, passando per valangate di pellicole orientali e la passione per il cinema di Fritz Lang, Jean-Pierre Melville, Alfred Hitchcock, Werner Herzog, oltre che per i thriller e gli horror. Ha scritto per Cinemalia, The Reign of Horror, CineRunner. “Il Bel Cinema”, di cui è il fondatore, ha l'ambizione di mettere un po' di ordine nella sua gargantuesca voracità: ma è probabile che finisca con l'acuirla ancora di più.