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VENEZIA 74 PT. 1 – VINCITORI E VINTI

VENEZIA 74 PT. 1 – VINCITORI E VINTI

Venezia 74 foto3

Chi scrive è, per natura, un entusiasta del cinema; e probabilmente per questo, in genere, poco apprezzato da una critica da salotto quando si parla dello stato di salute del cinema moderno.
Cinema che in tanti vogliono in perenne stato comatoso, (dis)perso e assoggettato a cinecomics, reboot e remake, ovvero il mezzo più sicuro per poter arrivare con facilità al pubblico mainstream. Fermo restando che anche in questo calderone ci sono cose di qualità non indifferente – e penso ai Guardiani della Galassia di Gunn e al Batman di Nolan, o anche Mad Max di Miller, o ai tanti altri casi in cui i (sotto)generi sono al servizio degli Autori e non viceversa -, non è certo la mia predisposizione alla Settima Arte che mi fa vedere l’eccellenza nelle prime proposte delle prime giornate festivaliere.
THE SHAPE OF WATER
Partiamo da Guillermo Del Toro, regista iberico talentuoso e fortemente visionario che mai come nel suo The Shape Of Water è riuscito a plasmare la materia di cui è fatto il suo universo in una forma così compiuta, emotivamente vincente, compatta e alla fine bellissima. Nel film, l’autore del dimenticabile Pacific Rim “burtoneggia”, e non poco, a partire dalle partiture ispirate di Desplat che sottolinea con apparente semplicità compositiva il mondo magico in cui si muove la protagonista Elisa, lavapavimenti muta in un laboratorio scientifico segreto. Dove un giorno viene portato un essere marino ritrovato nella giungla da un funzionario senza scrupoli che vuole ucciderlo, vivisezionarlo e utilizzare la scoperta per fini – ovviamente – militari. Da questa trama magari banale partono però così tanti rivoli narrativi e caratteriali che si stenta, alla fine, a districarsi emotivamente dall’intreccio di Del Toro. La forma dell’acqua (sarà chiaro alla fine, ma è sottinteso per tutto il film) è la forma dell’emozione, indefinita ed imperscrutabile: ed è l’emozione che regna e scombussola la vita nei film di Del Toro, quel sentimento fortissimo, oscuro ma brillante che viene dal mistero, dalla magia, dall’amore. Che puntualmente lo sviluppo della Storia (che sia la Seconda Guerra Mondiale, come ne Il Labirinto Del Fauno e La Spina Del Diavolo, o quella futuribile contro i mostri di Pacific Rim) cerca di contenere o di ingabbiare, ma che le anime drop-out riescono sempre a sconfiggere con la loro innocenza. L’immaginario di Del Toro è quello, favoloso e immaginifico, spaventoso e affascinante, e non importa se la Creatura discenda direttamente dall’Abe di Hellboy e dal più celebre Mostro della Laguna Nera: il suo mondo è una commistione di magia e scienza così come il suo cinema lo è di horror, fantasy e melò. Eppure, con The Shape Of Water, tocca le corde più profonde e firma la sua opera più compiuta, insieme forse al secondo Hellboy, arrivando proprio al cuore del cinema toccandone la forma più pura: il miglior cinema possibile oggi, fuso fra effetto ed affetto speciale.
FIRST REFORMED
Altro gradito ritorno alle altezze passate è quello di Schrader: che nonostante abbia, in passato, toccato sicuramente più volte del suo collega iberico le cime del capolavoro, con First Reformed ci immerge nella sua visione viscerale, dura e potente del mondo. L’autore di Toro Scatenato e Hardcore (giusto per nominare una sua sceneggiatura e una sua regia eccellenti) sceglie di declinare le sue ossessioni secondo una sensibilità decisamente nord europea: e allora i colori, le immagini, persino a volte i luoghi e le inquadrature guardano dritte a Bergman e a Dryer. Sono le loro depressioni e i loro dubbi che assalgono il reverendo interpretato da un grandissimo Ethan Hawke, che dal piccolo paesino dove svolge le sue funzioni si trova schiacciato letteralmente fra dovere morale e sacerdotale, sofferenze fisiche e angosce personali e familiari. Austero e rigoroso nelle riflessioni del primo tempo, First Reformed non ha paura, in tempi di terrorismo e terrore, di mettere in scena un prete ambiguo che si lascia sedurre dalla potenza del messaggio lanciato con forza nel sangue: avvicinando ancora di più le latitudini emotive di quest’ultimo Schrader a Bergman, se è vero che proprio due registi attanagliati dal desiderio e (al)lontan(at)i dalla religione sanno esprimere meglio di altri più fedeli la lacerazione del dubbio, il tormento della fede, la fascinazione del Male. Hawke è ben noto per l’estrema puntualità con cui caratterizza i suoi ruoli, e non è da meno qui, dove immerso nella buie luci del nord (e nei chiaroscuri della fotografia di Alexander Dyran) dà volto e voce ad un uomo di chiesa profondamente, eccessivamente coinvolto dai problemi dell’ecosistema. Di suo Schrader ci mette mestiere ed ispirazione: se la prima parte è dominata da dialoghi lunghi ed introflessi, rispecchiati in morbidi carrelli e primi piani insistiti, lentamente il film sembra implodere su sé stesso rispecchiando la crisi del suo protagonista, e assume un andamento quasi frenetico e doloroso, fino al montaggio della sequenza nel pre-finale. Ed è proprio qui che Schrader spiazza lo spettatore: perché se il ritmo dato al film lasciava legittimamente e narrativamente supporre un finale catartico, la visione si ferma invece un passo prima della fine vera e propria, seminando inoltre dubbi sul reale accadimento di quello che vediamo, confondendo i sensi e disturbando una volta di più in un film che si insinua sottopelle come un’angoscia leggera e implacabile.
BRAWL IN CELL BLOCK 99
Da cultori del cinema di genere, non si può che essere contenti nel vedere che un Festival blasonato e in passato ingessato come quello del Lido ha ormai felicemente accolto horror, fantasy, animazione e documentari (generi spesso e volentieri visti di secondo grado) a braccia aperte. Ecco quindi Brawl in Cell Block 99, di Craig Zahler, prison movie di un autore che già aveva fatto sussultare i nostri cuori con lo splendido Bone Tomahawk: film che preannunciava il gusto splatter del regista, ma soprattutto il suo gusto per l’affronto anarchico. Se quello era un western-horror (a memoria, unico nel suo genere), qua siamo dalle parti del prison-torture: l’ossessione autoriale resta la stessa – se lì un marito doveva recuperare la moglie da un branco di cannibali, qui invece deve attraversare un’odissea di violenza e dolore per salvare moglie e figlio – e anche stavolta c’è Vince Vaughn (gigantesco in tutti i sensi, e gigione) che dopo aver perso il lavoro per assicurare una vita tranquilla alla moglie (Jennifer Carpenter, indimenticata sorella di Dexter, ma efficace) decide di lavorare per uno spacciatore. Nel mondo di Zahler chi ha un codice morale ferreo e chi cerca la salvezza deve soffrire: e quindi il nostro viene arrestato ma è solo l’inizio di un degrado morale e fisico, accompagnato dallo sguardo gelido di Udo Kier e dal sigaro perennemente in bocca di Don Johnson, una lenta discesa letterale e figurata, ai confini di una violenza talmente accentuata da diventare tarantiniana. Ma non si creda che Zahler segua le orme del regista di Pulp Fiction: perché pur se assimilabile a diversi modelli, nel suo cinema non c’è l’ironia salvifica di Carpenter, il metatesto di Tarantino, l’assoluzione morale di Mann. Brawl In Cell Block 99 è un sentiero senza assoluzione che l’uomo retto deve compiere, mentre il regista sembra soffrire insieme a lui, percorso da un’urgenza del mostrare e dell’esibire. Il cinema di Zahler, oggi caso più unico che raro, è un cinema senza donne o tutt’al più un cinema dove le donne sono (toste) come gli uomini – e non per niente il ruolo della moglie è affidato alla Carpenter, scream queen inusuale dal fisico androgino quanto affascinante -, un cinema rigoroso e di condanna.
Anche se per molti versi assimilabile ai gloriosi B-movie, Brawl In Cell Block 99 è invece classico nel suo etimo più profondo: ovvero lì, nel cuore buio della vita dove i protagonisti esistono solo in funzione del loro senso morale che indissolubilmente li lega e li allontana insieme ad un mondo popolato solo da violenza.
SUBURBICON
Dopo aver lanciato qui la sua carriera da regista nel 2002 con Confessioni Di Una Mente Pericolosa, ed essere tornato in concorso con il bel Good Night, And Good Luck e poi con lo splendido Le Idi Di Marzo nel 2011, George Clooney ci riprova ed eccolo di nuovo qui, nella selezione ufficiale con l’eccellente Suburbicon.
La trama (sottilmente ma profondamente diversa da come la volevano i giornali): nell’apparente tranquillità di Suburbicon, quartiere residenziale diventato vera e propria cittadina nel cuore dell’America middle class, l’arrivo di una famiglia di colore destabilizza i precari equilibri di una convivenza pacifica ma finta, e coincide inoltre con l’omicidio di Rose Lodge (Julianne Moore) davanti agli occhi esterrefatti di suo marito Gardner (Matt Damon), del loro figlioletto Nick e della sorella gemella di lei Rose (sempre la Moore). Le vicende non si intersecheranno mai, ma saranno al centro di un’impressionante ed inaspettata escalation di violenza e morte che farà venire alla luce i peccati peggiori nascosti nelle pieghe di un’insana quotidianità.
Che Clooney fosse un Autore non c’erano dubbi, anche se qualcuno era dubbioso circa la sua ispirazione dopo film poco felici come In Amore Niente Regole e The Monuments Men – tentativi maldestri di unire la sua vena impegnata con un umorismo sottile e intelligente ma non sempre centrato, e venature più leggere ma sempre fuori posto.
Il colpo gli riesce invece con questo Suburbicon, scritto dai Coen un bel po’ di anni fa e oggi rimaneggiato insieme a Clooney, essendo da sempre sodali e facenti parte in qualche modo della stessa factory creativa. Suburbicon porta chiare le stimmate dei suoi autori, una classica storia dei due fratelli girata con forza e oculatezza dall’ex dottor Ross: quando la violenza della sceneggiatura diventa parossistica e dichiaratamente grottesca, il regista ne prende le redini e riesce a sbiadirne i contorni ritraendo l’America oggi strangolata da muri e barriere, strizzando anche l’occhio a sir Alfred Hitchcock. Il risultato è inevitabilmente sorprendente, affascinante, avvolgente: dal maestro del giallo Clooney mutua sequenze e inquadrature, trasformando la Moore in una donna che visse due volte e cucendo addosso a Damon le ombre dei personaggi hitchcockiani, mentre da regista della Hollywood più apertamente liberal invece non ha paura di parlare apertamente di Trump e della sua politica isolazionista e nazionalista. È per questo allora che le metafore di Clooney non hanno paura di essere chiare e dirette: il serpente chiuso nel barattolo, la mano insanguinata che ti offre aiuto, sono simboli di una limpidezza espositiva che rende la cifra stilistica di Clooney così cristallina e quindi personale. Rispetto alle sue prove precedenti, Clooney guadagna in compattezza stilistica e in fluidità: la perfetta simbiosi di generi sembra ideale per una storia beffarda, cinica e ovviamente profondamente radicata nella nostra attualità. E anche se i dialoghi sembrano passare in secondo piano rispetto ad una messa in scena precisa e puntuale, Suburbicon diventa alla fine un impietoso ritratto di come eravamo per mostrarci, spaventosamente, che alla fine l’orrore civile non è scomparso, ma è solo nascosto meglio. Alla luce del sole di Suburbicon.
THE LEASURE SEEKER (ELLA & JOHN)
Che ci sia una sorta di maledizione, per i grandi autori italiani, qui a Venezia?
No, perché sembra ormai quasi certo che quando nella selezione ufficiale arriva uno dei nostri maggiori registi, il film presentato non è dei migliori: e purtroppo sì, come avrete capito è successo con Paolo Virzì e il suo attesissimo The Leasure Seeker (Ella & John), il suo primo film in lingua straniera.
Il bel cinema non è fatto – solo – di grandi storie, ma soprattutto di grandi idee, che magari esaltano una storia che sa di déjà-vu o salvano mediocri interpretazioni con declinazioni inedite di intuizioni già viste. Virzì, si sa, è uno dei maggiori esponenti della nuova commedia italiana, quella “pura” (che si badi bene, non c’entra nulla con il cinema comico, quello deformato e deformante), quella che castigat ridendo mores, quella creata e portata agli splendori dalla santa trinità Monicelli-Risi-Scola. Lo è diventato inventandosi una cifra stilistica tutta sua, che riesce a partire dal regionale per arrivare ad un universale fatto di sentimenti e di un sentire condiviso, che prende spunto dalla banalità politica per parlare e parlarci di come il nostro essere nel Privato si riflette estroflettendosi nel Pubblico.
The Leasure Seeker racconta di Elle e John, vecchi marito e moglie che si imbarcano su un vecchio camper per ripercorrere vecchie strade; tutto infischiandosene delle cure, delle malattie che lentamente li stanno spegnendo, dei figli che si preoccupano (egoisticamente o meno) per loro, e di tutto quello che il comune pensare può dire su questa fuga d’amore.
Peccato che qui anche la storia sia vecchia: così come il modo di declinarla, e di raccontarla, di svilupparla e di finirla. Certo, buona parte del film è salvata in extremis da due attori giganteschi (Helen Mirren e Donald Sutherland, ma che lo dico a fare), misurati anche quando la recitazione richiede il fuori misura. Ma non basta a convincere: The Leasure Seeker è vecchio nella concezione ma cosa ancora più grave nella messa in scena, telefonato a tal punto che si capisce dove si andrà a parare – e soprattutto che strada il regista sceglierà per arrivarci insieme ai suoi protagonisti – dai primissimi risvolti narrativi.
Passi che Virzì cerchi di infondere la perdita di memoria di una società come quella americana nella perdita dei ricordi dell’anziano Sutherland, confrontando un democratico con cortei pro-Trump (il quale sembra essere presente nei film statunitensi a tempo di record dalla sua elezione, come qui e in Suburbicon), assimilando la sua ossessione per l’attualità italiana con quella americana: ma sono tracce sbiadite, specie se si pensa che alla fine quest’opera n.13 è totalmente anonima.
E sì che di precedenti “illustri” ce ne sono stati, visto che sia Muccino che Sorrentino, con le debite proporzioni qualitative, non hanno saputo contenere lo spirito straniero girando fuori patria. Ma pensiamo per un attimo a My Name Is Tanino, quinta prova di Virzì e prima in terra straniera, in cui pur rifacendosi ai modelli del dramma familiare americano il regista livornese riusciva ad essere sé stesso e mantenere salda la sua poetica, soprattutto utilizzando gli strumenti americani per raccontare una storia italiana. The Leasure Seeker è invece, al contrario, un film che utilizza mezzi italiani per arrivare ad una storia americana, attraversata dagli splendidi panorami del nuovo continente, ispirata (solo) da due giganti della recitazione ma totalmente priva di quell’afflato autentico e personale che rendono un film qualcosa d’autore. Questo non perché necessariamente un bel film possa essere solo un film d’autore: ma perché basta sentire le battute – fulminanti, divertenti, ben scritte – inserite nella storia, per rendersi conto come l’ironia cinica toscana sia stata piegata, snaturandola, per infilarla dentro a forza, per far sentire che “c’è Virzì”; perché, senza neanche sentire l’onda emotiva dalla morte – annunciata – dei protagonisti, si arriva alla fine del film con un enorme vuoto come se per tutta la sua durata fosse mancato qualcosa. Lo spettatore più scafato è sfiancato da una narrazione costruita solo sul tentativo di arginare l’Alzheimer; quello occasionale magari si commuove e rivede un po’ di sé in qualche ristagno narrativo; in mezzo ci stiamo noi, che da Virzì continuiamo a pretendere qualcosa di più e di meglio.

Gianlorenzo Franzì
Figlio della Calabria e di Lamezia Terme, è critico onnivoro e militante, preferisce il rumore del mare e il triangolo Allen-Argento-Verdone. Vive e si nutre di cinema che infiamma: si commuove con Lynch e Polanski, Nolan e Cronenberg, pugni in tasca e palombelle rosse, cari diari e viali del tramonto, ma è stato uno dei primi critici ad accorgersi (e a scrivere) in maniera teorica delle serie tv e della loro inesorabile conquista del grande schermo. Incredibile trovi il tempo di fare anche l’avvocato: perché dal 2007 è direttore artistico della Mostra del Cinema di Lamezia Terme - LFF da lui creata, dal 2004 ha un magazine tv (BUIOINSALA, ora in onda dalle sale del circuito THESPACE) e uno in radio (IL GUSTO DEL CINEMA), scrive o ha scritto su Nocturno Cinema, Rivista Del Cinematografo, Teatro Contemporaneo e Cinema, Weird Movies, ha pubblicato due saggi (uno su VOCI NOTTURNE, uno su Carlo Verdone). Ha una good wife ma si è perso nei labirinti di LOST: ancora non si è (ri)trovato.